ViaggiDellaMente

Pensieri sparsi in ordine sparso.

Chi sono

Utente: GuidoR
Nome: Guido
Partito da Napoli circa dieci anni fa e non ancora arrivato. Sono curioso, mi piace conoscere quello che è intorno a me. Mi piace la musica, interminabile colonna sonora della mia vita, mi piace leggere, per andare lontano con la mente, mi piace scrivere, per poter dire di esserci stato. Ho 33 anni e voglio ancora imparare.

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venerdì, 27 novembre 2009

Mastica e sputa...

"Mastica e sputa. Anche il lavoro è masticare e sputare. Rigorosa disciplina dei giorni. Io per mestiere racconto. Al mattino. Pomeriggio e sera per trovare cosa raccontare, e come. Leggere. Ascoltare. Scrivere. Correggere. L'anima di un insegnante è questo, è un luogo di passaggio. L'insegnante riceve, mastica, ripropone. Racconta quel che sa e che va imparando. Ma sa poco, e impara soprattutto mentre insegna. Non siate severi nel giudicarlo, vive del suo povero talento, vive di grammatica e poeti perché ama la grammatica e i poeti: in fondo, l'una consente di parlare e scrivere, gli altri di capire, gioire e soffrire senza sentirsi soli.
Mastica e sputa. Nelle pause, l'incanto del cinema, l'umanità del teatro, la fervida passione plebea della tribuna di provincia, amore di campanile, freddi pomeriggi in attesa di un goal. Della mia città, che non abito, non mi resta che quello, il legame con la squadra di calcio. Il resto è di case vissute ora da chissà chi: dove stavano i vecchi della mia famiglia, ora c' è un ufficio, uno studio, un cognome astruso. Così, se torno, l'unico luogo che non mi chiede un Requiem e in cui posso illudermi di trovare qualcuno ad attendermi, è il vecchio stadio comunale.
Ma Nina volerà sempre. In qualsiasi amore, se vissuto o vagheggiato non importa. La sua canzone di confine sarà ogni volta come un inno all'ardua bellezza della vita. Il miele che ci hai dato, ha scritto un poeta parlando a Dio o a chi per lui, era in cima ad una spada. Verissimo. Per fortuna, ho visto Nina volare."
FDA

http://www.youtube.com/watch?v=Q3jKQjvGYXQ
lunedì, 26 ottobre 2009

Lebanon.

Locandina Lebanon
 
La guerra sa essere anche claustrofobica.
Chiusi per giorni in un carro armato, trappola e scudo, lumaca e rinoceronte, senza cogliere il senso di quello che sta succedendo fuori. E' così che se ne stanno quattro giovani israeliani, durante la prima guerra del libano.
Sono giovani prima che soldati, con le loro paure, incertezze, insicurezze e domande. Con i loro affetti che sono chissadove ad aspettarli. Forse.
Sono soldati che ricevono ordini ai quali ubbidire 'come chi deve', come cantava qualcuno, senza sapere con esattezza chi sia il nemico, senza conoscere davvero i propri compagni, gli alleati, chi sta di qua e chi di là.
E' una guerra sporca, che coinvolge i civili, gente senza colpa, eppure il comandante ordina più volte di ripulire il carro perchè 'Non si può fare la guerra in questo schifo!!'.
Quello che dobbiamo sapere sulla guerra lo sapevamo già, prima di questo film. Dei civili, di chi resiste, di chi disubbidisce, di chi diserta. Sappiamo già che qullo che ci raccontano non è la realtà, sappiamo già che armi che vengono messe al bando in realtà vengono comunque utilizzate anche se con altro nome.
Quello che non sappiamo forse è che anche in guerra l'uomo a volte riesce a rinunciare alla propria trasformazione in animale, riesce a sollevarsi dallo sporco e dal torpore, per arrivare all'essenza della vita. Quella propria e quella altrui.
E allora un gesto di carità (nello specifico un soldato, in una lunga sequenza, aiuta un suo nemico immobilizzato ad urinare) cambia la prospettiva, ristabilisce una dimensione di umanità e di ragione che fino al quel punto si fatica a cogliere.
E' un film duro ma a a tratti poetico, splatter e delicato. 
E' un film che dà una sottile speranza, un film, un altro, contro la guerra, tutte le guerre, non solo quelle sporche perchè non ci sono guerre pulite e tantomeno guerre sporche.
http://www.mymovies.it/film/2009/lebanon/
postato da: GuidoR alle ore 13:18 | link | commenti (2)
categorie: cinema, resistenze, esistenze
lunedì, 05 ottobre 2009

venerdì, 02 ottobre 2009

Cosa vuol dire libertà di stampa


di Roberto Saviano

Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.

Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un’opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all’altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.

Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: “Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?”. Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.

Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.

In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l’incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l’informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale?

Chi ha votato per l’attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell’Italia?

Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l’Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi.

Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all’anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L’Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia.

È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall’opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l’esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva “sei alleato di una persona solo quando la ricatti”. Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell’intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto.

Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l’alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo?

Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un’informazione libera.

In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell’Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.


http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/#comment-120813

postato da: GuidoR alle ore 12:25 | link | commenti (3)
categorie: italia, amici, memoria, comunicazione, resistenze, esistenze
martedì, 08 settembre 2009

Perchè?

Detenuto fa sciopero della fame e muore

Estrema protesta di un tunisino di 42 anni: ha smesso di nutrirsi dopo una condanna per violenza sessuale

MILANO - È morto dopo un lungo sciopero della fame, iniziato oltre un mese fa, un detenuto tunisino di 42 anni, che era rinchiuso nel carcere di Torre del Gallo a Pavia. L'uomo è deceduto due giorni fa al policlinico San Matteo, dove era stato ricoverato per l'aggravarsi delle sue condizioni.

PROTESTA ESTREMA - Il tunisino aveva deciso di intraprendere lo sciopero della fame dopo che aveva saputo di una nuova condanna emessa contro di lui per un'accusa di violenza sessuale. Una sentenza che il nordafricano ha contestato, sino a decidere di interrompere l'assunzione di cibo e bevande. Sono stati inutili i tentativi del responsabile del carcere di convincerlo a mangiare. Sulla vicenda sono ora in corso accertamenti da parte dell'autorità giudiziaria.

http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_08/pavia_detenuto_morto_sciopero_della_fame_7e79cb8a-9c44-11de-a226-00144f02aabc.shtml

postato da: GuidoR alle ore 18:09 | link | commenti (2)
categorie: libri, memoria, resistenze, esistenze
giovedì, 27 agosto 2009

VIDEOCRACY.

La Rai rifiuta il trailer di Videocracy "E' un film che critica il governo"

http://www.youtube.com/watch?v=H6goaEF8OyI

http://www.youtube.com/watch?v=-9AXQGGkgK8&NR=1

ROMA - Nelle televisioni italiane è vietato parlare di tv, vietato dire che c'è una connessione tra il capo del governo e quello che si vede sul piccolo schermo. La Rai ha rifiutato il trailer di Videocracy il film di Erik Gandini che ricostruisce i trent'anni di crescita dei canali Mediaset e del nostro sistema televisivo.

"Come sempre abbiamo mandato i trailer all'AnicaAgis che gestisce gli spazi che la Rai dedica alla promozione del cinema. La risposta è stata che la Rai non avrebbe mai trasmesso i nostri spot perché secondo loro, parrà surreale, si tratta di un messaggio politico, non di un film", dice Domenico Procacci della Fandango che distribuisce il film. Netto rifiuto anche da parte di Mediaset, in questo caso con una comunicazione verbale da Publitalia. "Ci hanno detto che secondo loro film e trailer sono un attacco al sistema tv commerciale, quindi non ritenevano opportuno mandarlo in onda proprio sulle reti Mediaset".

A lasciare perplessi i distributori di Fandango e il regista sono infatti proprio le motivazioni della Rai. Con una lettera in stile legal-burocratese, la tv di Stato spiega che, anche se non siamo in periodo di campagna elettorale, il pluralismo alla Rai è sacro e se nello spot di un film si ravvisa un critica ad una parte politica ci vuole un immediato contraddittorio e dunque deve essere seguito dal messaggio di un film di segno opposto.

"Una delle motivazioni che mi ha colpito di più è quella in cui si dice che lo spot veicola un "inequivocabile messaggio politico di critica al governo" perché proietta alcune scritte con i dati che riguardano il paese alternate ad immagini di Berlusconi", prosegue Procacci "ma quei dati sono statistiche ufficiali, che sò "l'Italia è al 67mo posto nelle pari opportunità"".

A preoccupare la Rai sembra essere questo dato mostrato nel film: "L'80% degli italiani utilizza la tv come principale fonte di informazione". Dice la lettera di censura dello spot: "Attraverso il collegamento tra la titolarità del capo del governo rispetto alla principale società radiotelevisiva privata", non solo viene riproposta la questione del conflitto di interessi, ma, guarda caso, si potrebbe pensare che "attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso". "Mi pare chiaro che in Rai Videocracy è visto come un attacco a Berlusconi. In realtà è il racconto di come il nostro paese sia cambiato in questi ultimi trent'anni e del ruolo delle tv commerciali nel cambiamento. Quello che Nanni Moretti definisce "la creazione di un sistema di disvalori"".

Le riprese del film, se pure Villa Certosa si vede, è stato completato prima dei casi "Noemi o D'Addario" e non c'è un collegamento con l'attualità. Ma per assurdo, sottolinea Procacci, il collegamento lo trova la Rai. Nella lettera di rifiuto si scrive che dato il proprietario delle reti e alcuni dei programmi "caratterizzati da immagini di donne prive di abiti e dal contenuto latamente voyeuristico delle medesime si determina un inequivocabile richiamo alle problematiche attualmente all'ordine del giorno riguardo alle attitudini morali dello stesso e al suo rapporto con il sesso femminile formulando illazioni sul fatto che tali caratteristiche personali sarebbero emerse già in passato nel corso dell'attività di imprenditore televisivo".

"Siamo in uno di quei casi in cui si è più realisti del re - dice Procacci - Ci sono stati film assai più duri nei confronti di Berlusconi come "Viva Zapatero" o a "Il caimano", che però hanno avuto i loro spot sulle reti Rai. E il governo era dello stesso segno di oggi. Penso che se questo film è ritenuto così esplosivo vuol dire che davvero l'Italia è cambiata".
di MARIA PIA FUSCO
(27 agosto 2009)

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/rai-videocracy/rai-videocracy/rai-videocracy.html

postato da: GuidoR alle ore 09:50 | link | commenti (1)
categorie: italia, cinema, memoria, resistenze
lunedì, 01 giugno 2009

Sbattere in faccia alla realtà.

La pistola ha lasciato un brivido freddo sulla tempia.

Le voci rimbombano nelle orecchie, i loro volti negli occhi e in fotografie indelebili.

Provi a farti domande, a non ascoltare le risposte.

Provi a pensare che non sia vero, a convincertene, ma poi riapri gli occhi e capisci che i sogni sono un'altra cosa.

Pensi a ciò che ti rimane, quello che resta, quello che ora è la vera forza.

postato da: GuidoR alle ore 17:03 | link | commenti (2)
categorie: napoli, camorra, resistenze, esistenze
giovedì, 02 aprile 2009

Fortapàsc.

Ormai non provo neppure rabbia. Una corteccia mi protegge dalle emozioni. Non rancore, non delusione.

'Qui non è Fortapasc' e pensi che poco è davvero cambiato, non la cultura del malaffare, non la prepotenza, non la voglia di continuare a deturpare ed affliggere questa terra.

Non è cambiata la mancanza di rispetto per chi ancora si fa delle domande, l'isolamento per chi prova ad alzare la voce, l'emarginazione e lo screditamento nei confronti di chi invita gli altri ad aprire gli occhi.

Il film di Marco Risi è anche uno specchio sul nostro passato che inevitabilmente traccia una linea di tendenza, immaginaria, che porta a vedere come siamo oggi e a proiettarci idealmente nel domani.

E il risultato è un schiaffo in faccia.

Non so se esiste una via d'uscita a tutto questo. Siamo ancora Fortapàsc, rinforzato, con uno nuovo sistema di difesa, ancor più radicato nella cultura rispetto a venti anni fa. Ma con una differenza, che è ciò che fa ancora più paura. Fuori Fortapasc c'è un altro Fortapasc e poi un altro e poi un altro. Cerchi concentrici che non si interesaco mai, ma che si contengono reciprocamente e che rappresentano il sistema di comunicazione, la politica, la borghesia, la classe dirigente e molti di noi (non tutti, per fortuna) semplici cittadini silenti e conniventi.

Fortapasc è ovunque. E continuerà a ad esserlo e a svilupparsi fino a quando le nostre coscienze distratte non si sveglieranno e troveranno una sintonia comune. Fino a quando ciascuno di noi non lancerà uno sguardo appena più lontano, appena un po' più in là da noi stessi, dal nostro mondo sempre più chiuso e avviluppato in un egoistico loop.

Fino a quando ciascuno non smetterà di dosso i propri panni da 'impiegato' e vestirà finalmente quelli propri del suo mestiere.

’... ci sono i giornalisti-impiegati e i giornalisti-giornalisti...dammi retta, questo non è un paese un paese per giornalisti-giornalisti’

http://www.youtube.com/watch?v=LNZ1TBBIMog

http://www.youtube.com/watch?v=vwcyR4Rhh1Q

postato da: GuidoR alle ore 18:58 | link | commenti (2)
categorie: cinema, napoli, camorra, resistenze, esistenze
mercoledì, 18 marzo 2009

È la camorra il nuovo terrorismo.

di don Peppino Diana

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra (...)
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.


I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l'imprenditore più temerario; traffici illeciti per l'acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.


E' oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l'infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.

La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d'intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L'inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l'inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l'Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una "ministerialità" di liberazione, di promozione umana e di servizio.


Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili. Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti (...)
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa; alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo "profetico" affinché gli strumenti della denuncia e dell'annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili.


Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia: "Siamo rimasti lontani dalla pace... abbiamo dimenticato il benessere... La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,... dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare... sono come assenzio e veleno".

http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Diana


postato da: GuidoR alle ore 10:20 | link | commenti
categorie: italia, libri, memoria, napoli, camorra, resistenze, esistenze
lunedì, 09 marzo 2009

Why?

postato da: GuidoR alle ore 17:27 | link | commenti (2)
categorie: memoria, resistenze