

Quando ti capitano cose sfortunate ed 'accidentali' come ad esempio una rapina per esempio dell'auto, ti trovi inevitabilmente a parlare con chi incontri dell'episodio.
Tutti commentano a loro modo. Ovviamente in maniera diversa.
Sulla base delle reazioni e dei commenti, le persone possono essere aggregate nei seguenti principali cluster:
Il Supereroe
"una volta è capitato anche a me, ma me ne sono accorto in tempo guardandoli in faccia, mi sono dimenato, ho urlato, ho messo a frutto i 35 anni di lezioni di kung-fu, li ho storditi e li ho messi in fuga..."
Il Fortunato
"anche a me è capitato, ma l'ho ritrovata dopo un paio di giorni, accidentalmente, per puro caso, mentre passeggiavo, di notte, in un vicolo cieco ad appena 37 km da casa mia..."
Il Previdente
"eh, io cammino sempre con la sicura alle portiere, cammino sempre con i finestrini alzati, non mi allontano mai da strade che conosco a meno che non sia tra le 11:00 e le 12:30 o tra le 17:30 e le 18:30, non porto mai soldi contanti con me nè carte di credito, ho sempre la pistola in tasca, il bazooka nel cofano..."
L'AncheAMeMaDiPiù
"anche a me è successo e non una volta, con le mie Ferrari, erano in otto, su dieci scooter, avevano due mitragliette per uno, tra l'altro a mezzogiorno, davanti al commissariato di Polizia, mi hanno rubato anche 10 mila Euro, tre borse di Vuitton..."
L'Amico
"non ti abbattere, non sono più forti di te..."
La pistola ha lasciato un brivido freddo sulla tempia.
Le voci rimbombano nelle orecchie, i loro volti negli occhi e in fotografie indelebili.
Provi a farti domande, a non ascoltare le risposte.
Provi a pensare che non sia vero, a convincertene, ma poi riapri gli occhi e capisci che i sogni sono un'altra cosa.
Pensi a ciò che ti rimane, quello che resta, quello che ora è la vera forza.
Ormai non provo neppure rabbia. Una corteccia mi protegge dalle emozioni. Non rancore, non delusione.
'Qui non è Fortapasc' e pensi che poco è davvero cambiato, non la cultura del malaffare, non la prepotenza, non la voglia di continuare a deturpare ed affliggere questa terra.
Non è cambiata la mancanza di rispetto per chi ancora si fa delle domande, l'isolamento per chi prova ad alzare la voce, l'emarginazione e lo screditamento nei confronti di chi invita gli altri ad aprire gli occhi.
Il film di Marco Risi è anche uno specchio sul nostro passato che inevitabilmente traccia una linea di tendenza, immaginaria, che porta a vedere come siamo oggi e a proiettarci idealmente nel domani.
E il risultato è un schiaffo in faccia.
Non so se esiste una via d'uscita a tutto questo. Siamo ancora Fortapàsc, rinforzato, con uno nuovo sistema di difesa, ancor più radicato nella cultura rispetto a venti anni fa. Ma con una differenza, che è ciò che fa ancora più paura. Fuori Fortapasc c'è un altro Fortapasc e poi un altro e poi un altro. Cerchi concentrici che non si interesaco mai, ma che si contengono reciprocamente e che rappresentano il sistema di comunicazione, la politica, la borghesia, la classe dirigente e molti di noi (non tutti, per fortuna) semplici cittadini silenti e conniventi.
Fortapasc è ovunque. E continuerà a ad esserlo e a svilupparsi fino a quando le nostre coscienze distratte non si sveglieranno e troveranno una sintonia comune. Fino a quando ciascuno di noi non lancerà uno sguardo appena più lontano, appena un po' più in là da noi stessi, dal nostro mondo sempre più chiuso e avviluppato in un egoistico loop.
Fino a quando ciascuno non smetterà di dosso i propri panni da 'impiegato' e vestirà finalmente quelli propri del suo mestiere.
’... ci sono i giornalisti-impiegati e i giornalisti-giornalisti...dammi retta, questo non è un paese un paese per giornalisti-giornalisti’
http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Diana
Le mani sporche di grasso, sono in tasca per nasconderle.
Continua a tirare con il naso con cadenza costante, come fosse un intercalare.
Una tuta più grande di tre taglie, ha le maniche e le gambe arrotolate.
I capelli castani sono nascosti da un cappellino da baseball, rosso, portato all'incontrario per non dare fastidio.
Riceve ordini da voci urlanti, esegue senza alzare lo sguardo.
Un'altra macchina arriva, ruote da gonfiare, un'altra mancia, qualche centesimo da mettere in tasca.
Ci sono sogni difficili da seguire, ci sono parole che fanno fatica ad uscire.
"Domenica il Napoli gioca in casa".
Un giorno crescerà anche lui.
Cannavaro: «Gomorra? Nuoce all'Italia».

Un altro che non ha capito niente, che preferisce i prosciutti sugli occhi, che in fondo non ama davvero la sua gente e la sua terra.
Gomorra non è Napoli ma è a Napoli e in tutto il suo territorio. Regola il commercio, le istituzioni, condiziona la vita sociale e professionale.
Gomorra è nel 'ca si fa accussì', dallo spaccio al parcheggiatore abusivo.
E Gomorra approfitta di chi pensa che sia meglio sottacere, farsi i fatti suoi, di chi crede che il troppo parlare leda l'immagine di Napoli.
Quale immagine?

Alzo la testa, apro le braccia e mi lascio bagnare.
Una sensazione nuova o forse dimenticata.
Gli occhi chiusi diventano piccole taniche di acqua piovana, le mani ostacoli che saranno superati, sotto di esse l'acqua tornerà a scorrere.
Una sensazione ancestrale, un ritorno alle origini. La voglia di stare lì per un attimo, come in sospensione.
Unirsi con la natura e lasciare che faccia tutto da sola.
Smettere per un secondo di correre, spegnere la tecnologia, dimenticare il lavoro ed il motore che ci muove tutti i giorni.
Altre gocce cadono, aspetto ancora ancora un po'.