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Utente: GuidoR
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Partito da Napoli circa dieci anni fa e non ancora arrivato. Sono curioso, mi piace conoscere quello che è intorno a me. Mi piace la musica, interminabile colonna sonora della mia vita, mi piace leggere, per andare lontano con la mente, mi piace scrivere, per poter dire di esserci stato. Ho 33 anni e voglio ancora imparare.

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mercoledì, 11 novembre 2009

Avere vent'anni.

S7302363
Il vento in faccia che ti scombina i capelli.
Le macchine dietro che non riescono mai a superarci.

Ci chiedono che senso ha non mettere il casco, senza aspettare la risposta. Loro non la potranno mai capire.
Non si guardano nei loro doppiopetti, le cravatte al collo che li soffocano, chiusi nelle loro macchine nuove nuove di pacca.
Non riescono nemmeno a guardarsi in faccia, se no capiscono già che sono morti.

Io a vent'anni non voglio sentirmi morto. Vivo d'istinto, corro senza fretta.
Passo dove non si può passare, mi fermo dove non ci si può fermare.
Non so cos'è il pericolo, non so cos'è la paura, non so cosa siano le regole.
Il mondo sono io, il mondo è casa mia, è questo scooter che tengo sotto il culo, è questa città che ti rapina.
 
Vi state prendendo questa vita mia, almeno la strada dove passo no, è ancora mia.
Chiamatela libertà, quella che voi avete perso dentro ai vostri schemi.
Fasulli. Finiti. Falliti.

http://www.youtube.com/watch?v=2qDGOR15YdY&feature=fvw
postato da: GuidoR alle ore 12:28 | link | commenti (1)
categorie: italia, storie, napoli, esistenze, almamegretta
lunedì, 02 novembre 2009

La morte di Stefano Cucchi: Ignazio La Russa e Bruce Springsteen

Stefano Cucchi è morto in un modo orribile, gonfio e sfigurato, solo e abbandonato, alcuni giorni dopo essere stato arrestato e incarcerato per spaccio di stupefacenti.
Adesso, la famiglia, le persone che gli hanno voluto bene, gli italiani che credono nella giustizia chiedono due cose: conoscere chi ha causato quella tragedia e sapere che le responsabilità saranno stabilite, per davvero, dalla legge.

Purtroppo il ministro della Difesa Ignazio La Russa e altri come lui non sono in grado di capire, e temo non riusciranno a comprendere mai, un fatto molto semplice: i cittadini onesti pretendono l'accertamento della verità non in odio alle forze dell'ordine ma per il motivo esattamente opposto: noi esigiamo che polizia e carabinieri rispettino la legalità e trattino ogni persona, ogni arrestato, ogni detenuto, come un essere umano. Noi cittadini dalla parte della giustizia e della libertà siamo convinti che, in uno stato democratico, gli uomini e le donne delle forze dell'ordine sono uno dei pilastri della legalità. Ma proprio per questo motivo devono rispettare la legge e ad essa venir sottoposti, come tutti gli altri cittadini, nessuno escluso.

Alla memoria di Stefano, dedico una canzone di Bruce Springsteen: American skin (41 shots).
La scrisse per una bruttissima tragedia americana causata dalla violenza di quattro poliziotti, poi coperti dalla casta e dal Potere.
A New York, il 4 febbraio 1999, verso le 0.30, il ventiduenne Ahmed Amadou Diallo, venditore ambulante immigrato dalla Guinea senza precedenti penali, disarmato, tornava a casa dopo aver venduto oggettini, sciarpette, cappelli, guanti e videocassette.
Quattro poliziotti lo incontrarono vicino al suo appartamento.
Pochi minuti dopo iniziò la sparatoria.
Ahmed finì macellato di colpi esplosi a distanza ravvicinata: 41 proiettili conficcati nel suo corpo riverso in una pozza di sangue nell'atrio illuminato del palazzo con accanto, per terra, il portafoglio.
Secondo la versione ufficiale, i poliziotti avevano scambiato il suo portafoglio per un'arma.
Quando Bruce Springsteen scrisse e suonò America skin, i dirigenti della polizia newyorkese e l'allora sindaco repubblicano Rudolph Giuliani lo accusarono di seminare odio. Senza capire niente: Bruce 

si schierava contro la brutalità del Potere perchè stava con la giustizia e la libertà, dalla parte delle vittime e della verità.
La stessa parte di chi adesso, in Italia, vuole sapere come e perchè è morto Stefano Cucchi.

da http://lucianoidefix.typepad.com/nuovo_ringhio_di_idefix_l/2009/11/stefano-cucchi-%C3%A8-morto-in-un-modo-orribile-gonfio-e-sfigurato-solo-e-abbandonato-alcuni-giorni-dopo-essere-stato-arrestat.html

postato da: GuidoR alle ore 08:33 | link | commenti (6)
categorie: italia, esistenze, bruuuuce
venerdì, 02 ottobre 2009

Cosa vuol dire libertà di stampa


di Roberto Saviano

Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.

Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un’opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all’altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.

Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: “Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?”. Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.

Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.

In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l’incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l’informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale?

Chi ha votato per l’attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell’Italia?

Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l’Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi.

Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all’anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L’Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia.

È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall’opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l’esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva “sei alleato di una persona solo quando la ricatti”. Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell’intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto.

Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l’alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo?

Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un’informazione libera.

In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell’Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.


http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/#comment-120813

postato da: GuidoR alle ore 12:25 | link | commenti (3)
categorie: italia, amici, memoria, comunicazione, resistenze, esistenze
giovedì, 01 ottobre 2009

Baarìa (ovvero, il tempo dei sorvolatori).

di Evelina Santangelo

Perché Tornatore ha messo su una produzione colossale, ha convocato attori e comici (siciliani soprattutto, ma anche non siciliani) di varia fama e fortuna, accanto a una moltitudine di comparse? Perché ha rinunciato a ogni tipo di effetto speciale o di espediente cinematografico al punto da far sgozzare davvero un bue sul set, suscitando lo sdegno degli animalisti?

Perché – passando al piano delle scelte strettamente narrative – ha evocato quasi un secolo di Storia? ha attraversato tre generazioni (il nonno pastore, appassionato di letture, il padre semianalfabeta e attivista politico, se stesso ragazzo…)? ha intersecato le esistenze di una moltitudine di personaggi? ha montato un film lunghissimo quasi tutto calato in una colonna sonora pervasiva?

Con domande del genere, prive di risposte convincenti, si esce dal cinema dopo aver visto Baarìa.

Per fare un omaggio alla sua cittadina di origine, Bagheria, verrebbe da rispondere (restituita, infatti, in paesaggi e ricostruzioni mozzafiato), con le sue figure eminenti (Guttuso, Buttitta evocati in camei emblematici), le sue credenze locali (le uova rotte e le serpi nere del malaugurio, le «truvature» nascoste sotto rocche miracolose), i suoi antichi o inveterati o invalsi usi e costumi (la «fuitina» dei fidanzati, le suggestive processioni religiose, il più moderno «schiticchio» in campagna, i «bagni ammare» negli stabilimenti…), il suo dialetto, le sue strade, i suoi monumenti, i suoi palazzi-simbolo (come Villa Palagonia e i mitici mostri che la vegliano)… Per fare un omaggio a suo padre, semianalfabeta e appassionato attivista comunista, che non ha mai avuto la soddisfazione di essere davvero qualcuno, verrebbe da dire, visto che è l’unico personaggio su cui indugia un po’ di più la storia (anche se mai sino al punto da toccare la sostanza umana più nascosta). Per tornare, a suo modo, a casa, alle sua terra, alla sua gente, alla sue vicende familiari e alla loro esemplarità.

E, per fare un omaggio del genere, era necessario scomodare tutto quello che è stato scomodato? Dissipare tutto quello che è stato dissipato?

Ridurre mezzo secolo di Storia a una carrellata di fatti salienti privi di sviluppo interno, dove alcuni eventi fondativi del nostro Novecento sono risolti quasi sempre in corse concitate e urla? (non ho mai visto concentrate in un film tante scene di massa in cui la gente non fa altro che correre e urlare per ogni genere di evento), dove le intimidazioni degli squadristi e l’arroganza dei podestà diventano siparietti sapidi, caricaturali? dove le aspirazioni, le delusioni, le tensioni, i sacrifici, le disillusioni che accompagnarono le lotte contadine e sindacali sono risolti in citazioni più o meno suggestive (come il corteo muto di bandiere rosse e petti a lutto dopo la strage di Portella della Ginestra, di cui resta solo questa nota di colore)? dove le contestazioni del Sessantotto si risolvono in citazioni di peso del più famoso degli slogan del maggio francese e in un didascalico conflitto generazionale a suon di centimetri di gonne? dove l’urbanizzazione – con tutto quello che ha significato per la Sicilia e per un paese come Bagheria la speculazione edilizia –, diventa una trovata semicomica con l’assessore all’urbanistica cieco che mette le mani sul plastico della città e sulla bustarella infilata nella tasca (una scena che non riesce nemmeno a essere iperbolica, solo una citazione letterale del titolo di Rosi)? dove la Storia insomma diventa una sorta di manuale «tascabile» di facile consultazione condito di trovate sapide? E dove le storie individuali, le storie minori che fanno la Storia, diventano scene di vita puramente giustapposte senza alcuna intrinseca necessità narrativa, alcuno sviluppo interno né alcuna eco umana che dia lo spessore di una esistenza?

Per fare un omaggio del genere, quasi personale, che mi ha ricordato certi aneddoti di mia nonna (bagherese o di mia madre, lei pure bagherese), certe storielle raccontate così per passare una serata o ricordare i tempi andati (Buttitta che recitava le sue poesie per strada, le leggende di tesori nascosti…) era necessario andare a scomodare la sicilianità nella sua quintessenza riducendola a un repertorio di tratti distintivi, anzi di luoghi comuni: le lupare in spalla, la coppola, le mafiosità verbali e comportamentali, le furberie, il qualunquismo, il dialetto sempre urlato, la battuta facile (ammesso che i siciliani, i bagheresi, abbiano la battuta facile)… così facile che molte scene sembrano costruite tutte in funzione di una qualche battuta, appunto… così facile che l’intera Storia e quotidianità dei siciliani sembra esser stata un susseguirsi di gag, di siparietti comici, un ininterrotto avanspettacolo o una perenne commedia delle parti, con tutti i ruoli previsti assegnati a dovere, e con un netto prevalere di caricature (tragiche o esilaranti)? Cosa che sarebbe anche andata bene (c’è chi, come Roberta Torre, ha messo alla berlina certi tratti dell’identità mafiosa attraverso un uso intenzionale e corrosivo della caricatura, c’è chi, come Ciprì e Maresco, ha perseguito il grottesco caricaturale senza risparmiare niente e nessuno… qui in Sicilia), sarebbe andata benissimo, ripeto, se in Baària non ci fosse sempre quella musica epica o nostalgica, da «come eravamo», quella figura del padre dotata di una sua allusa (presunta) dignità interiore, se non ci fosse quell’atmosfera patinata, quella luce dorata, che a volte ricorda persino certe pubblicità della chiesa cattolica o della pasta Barilla (con il piatto, non di pasta ma di polpo, servito in tavola al maestro Guttuso, che accenna il disegno di un tentacolo… in omaggio anche lui alla sua gente che, a sua volta, lo omaggia)… se non ci fosse quell’atmosfera bella, consolatoria, dove ritrovi le cose antiche (le uova rotte, le serpi, le «truvature», le veggenti…), il sapore locale, il vernacolo (pronunciato quasi sempre a voce altissima come se fosse un parlare tra sordi), se non ci fossero quei rallenty, quelle riprese evocative o grandiose, quelle citazioni e autocitazioni (Le mani sulla città, Il Padrino… le scene più memorabili di Nuovo Cinema Paradiso), se non ci fosse quell’ambizione di attraversare la Storia (come ha saputo attraversarla Bertolucci nel suo Novecento, con le sue scene durissime sulla vita contadina di cui il toro sgozzato di Baarìa sembra una pallida rievocazione, se non fosse che il toro è sgozzato sul serio…), quell’intento abbastanza esplicito di restituire l’identità di tutta una gente attraverso storie minori, oscure, iscritte nella grande Storia.

Così, alla fine, uscendo dalla sala, dopo aver visto un film di un regista ritenuto tra i più rappresentativi del cinema italiano contemporaneo, e accolto come un maestro (indiscussa la sua abilità con la cinepresa), si ha l’impressione che quel volo iniziale del bambino su Baarìa non sia mai finito, che il film non sia mai davvero iniziato, e che tutti noi spettatori si sia stati lì a volare, o sorvolare, sulla Storia e le storie, senza mai davvero toccarle o affondarvi lo sguardo, da bravi sorvolatori o da cultori della distrazione e della battuta facile, senza troppe pretese, quali spesso ci siamo ridotti, nostro malgrado.

E la sensazione disturba ancora di più proprio perché questo film scomoda tutto quello che si poteva scomodare e dissipa tutto quello che si poteva dissipare, in termini anche di patrimonio spirituale e identità collettiva.

http://www.nazioneindiana.com/2009/09/28/baaria-ovvero-il-tempo-dei-sorvolatori/#comment-120767

postato da: GuidoR alle ore 15:51 | link | commenti (2)
categorie: italia, cinema
mercoledì, 09 settembre 2009

Fenomenologia di Mike Bongiorno

Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna.

Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, dove, si intende, con questo nome è indicato non l’uomo, ma il personaggio.

Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all’ambiente. L’amore isterico tributatogli dalle teen ager va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intravvedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese.

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.

In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l’uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo.

Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza.

L’ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio.

Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore («Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!»).

Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: «Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?».

Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: «Scusi, signora guardia…») usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: «Signor spazzino, signor contadino».

Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d’Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic).

Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate.

Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l’unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione).

Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a tendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neopositivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui.

Non accetta l’idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica.

Mike Bongiorno è privo di senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l’interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione.

Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa… «Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?»). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.

Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: «Cosa vuol rappresentare quel quadro?». «Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?». «Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?».

Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è “bruciata”. Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene, desidererebbe di­ventare come l’altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l’educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare perifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le agudezas ap­partengono a un ciclo vichiano cui Bongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l’artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provo­cazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.

Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato sull’esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita.

Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello.

Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

Da: Umberto Eco, in Diario Minimo, 1961.

postato da: GuidoR alle ore 11:40 | link | commenti (4)
categorie: italia, tv
giovedì, 03 settembre 2009

Ammèn

postato da: GuidoR alle ore 11:29 | link | commenti (2)
categorie: musica, italia, arte, napoli, radici
giovedì, 27 agosto 2009

VIDEOCRACY.

La Rai rifiuta il trailer di Videocracy "E' un film che critica il governo"

http://www.youtube.com/watch?v=H6goaEF8OyI

http://www.youtube.com/watch?v=-9AXQGGkgK8&NR=1

ROMA - Nelle televisioni italiane è vietato parlare di tv, vietato dire che c'è una connessione tra il capo del governo e quello che si vede sul piccolo schermo. La Rai ha rifiutato il trailer di Videocracy il film di Erik Gandini che ricostruisce i trent'anni di crescita dei canali Mediaset e del nostro sistema televisivo.

"Come sempre abbiamo mandato i trailer all'AnicaAgis che gestisce gli spazi che la Rai dedica alla promozione del cinema. La risposta è stata che la Rai non avrebbe mai trasmesso i nostri spot perché secondo loro, parrà surreale, si tratta di un messaggio politico, non di un film", dice Domenico Procacci della Fandango che distribuisce il film. Netto rifiuto anche da parte di Mediaset, in questo caso con una comunicazione verbale da Publitalia. "Ci hanno detto che secondo loro film e trailer sono un attacco al sistema tv commerciale, quindi non ritenevano opportuno mandarlo in onda proprio sulle reti Mediaset".

A lasciare perplessi i distributori di Fandango e il regista sono infatti proprio le motivazioni della Rai. Con una lettera in stile legal-burocratese, la tv di Stato spiega che, anche se non siamo in periodo di campagna elettorale, il pluralismo alla Rai è sacro e se nello spot di un film si ravvisa un critica ad una parte politica ci vuole un immediato contraddittorio e dunque deve essere seguito dal messaggio di un film di segno opposto.

"Una delle motivazioni che mi ha colpito di più è quella in cui si dice che lo spot veicola un "inequivocabile messaggio politico di critica al governo" perché proietta alcune scritte con i dati che riguardano il paese alternate ad immagini di Berlusconi", prosegue Procacci "ma quei dati sono statistiche ufficiali, che sò "l'Italia è al 67mo posto nelle pari opportunità"".

A preoccupare la Rai sembra essere questo dato mostrato nel film: "L'80% degli italiani utilizza la tv come principale fonte di informazione". Dice la lettera di censura dello spot: "Attraverso il collegamento tra la titolarità del capo del governo rispetto alla principale società radiotelevisiva privata", non solo viene riproposta la questione del conflitto di interessi, ma, guarda caso, si potrebbe pensare che "attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso". "Mi pare chiaro che in Rai Videocracy è visto come un attacco a Berlusconi. In realtà è il racconto di come il nostro paese sia cambiato in questi ultimi trent'anni e del ruolo delle tv commerciali nel cambiamento. Quello che Nanni Moretti definisce "la creazione di un sistema di disvalori"".

Le riprese del film, se pure Villa Certosa si vede, è stato completato prima dei casi "Noemi o D'Addario" e non c'è un collegamento con l'attualità. Ma per assurdo, sottolinea Procacci, il collegamento lo trova la Rai. Nella lettera di rifiuto si scrive che dato il proprietario delle reti e alcuni dei programmi "caratterizzati da immagini di donne prive di abiti e dal contenuto latamente voyeuristico delle medesime si determina un inequivocabile richiamo alle problematiche attualmente all'ordine del giorno riguardo alle attitudini morali dello stesso e al suo rapporto con il sesso femminile formulando illazioni sul fatto che tali caratteristiche personali sarebbero emerse già in passato nel corso dell'attività di imprenditore televisivo".

"Siamo in uno di quei casi in cui si è più realisti del re - dice Procacci - Ci sono stati film assai più duri nei confronti di Berlusconi come "Viva Zapatero" o a "Il caimano", che però hanno avuto i loro spot sulle reti Rai. E il governo era dello stesso segno di oggi. Penso che se questo film è ritenuto così esplosivo vuol dire che davvero l'Italia è cambiata".
di MARIA PIA FUSCO
(27 agosto 2009)

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/rai-videocracy/rai-videocracy/rai-videocracy.html

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categorie: italia, cinema, memoria, resistenze
martedì, 25 agosto 2009

Il sorpasso.

File:Il sorpasso.jpg

Era già scritto.

Dove saremmo finiti era già scritto. Era il 1962 ma Dino Risi aveva già colto del tutto il carattere profondo e tipico di una nazione, non ancora alla soglia del baratro, ma che già mostrava i segni di un'immininte degradazione interiore.

Siamo all'inizio degli anni '60, l'Italia è come frastornata ed eccitata dal boom economico, tutto sembra possibile, il riscatto della classa media, l'affrancamento sociale di soggetti tenuti fino a quel momento ai margini. Le strade sono per lo più vuote, tutto l'anno e non solo a ferragiosto, e la strada più che mai rappresenta una via da percorrere per arrivare al possibile, un confine che cela appena il benessere. La strada diventa protagonista, insieme ad una macchina che sembra poterti portare ovunque, dove desideri, in un istante. C'era il sogno, c'era la luce al di fuori di un tunnel durato decenni, c'era una società che manteneva ancora saldi i principi e i valori degli uomini venuti dalla terra, ma ora con la possibilità di accedere e partecipare. 

Un sorriso amaro, a guardarlo oggi. Era già scritta l'arroganza, la propotenza. Era già scritta la violazione sublime dell regole, il 'piacionismo', l'ipocrisia, la superficialità. Tutto scritto.

Apri oggi un qualsiasi quotidiano, guardi un qualsiasi telegiornale (consiglio vivamente Studio Aperto) e ti accorgi che quei personaggi erano già lì. Embrioni, forse ancora in provetta, ma già perfettamente delineati. Tutti. I Papi, i Corona, i Grandi Fratelli, gli Isolani Famosi, i politici strafottenti e servi dei propri privilegi.

Mi piacerebbe sapere che affresco farebbe oggi Dino Risi. Come disegnerebbe l'Italia che stiamo vivendo, ora che il baratro è davvero ad un passo, ora che i sogni fanno fatica a volare e le sperenze hanno le ali tarpate. 

E mi piacerebbe sapere come ci vedremmo tra altri 40 anni, forse, per chi ci sarà, con un altro riso amaro.

Il sorpasso, 1962, con V. Gassman e C. Spaak. Regia di Dino Risi.

La scena finale:

http://www.youtube.com/watch?v=xhu_uM9mk_o

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categorie: italia, cinema, arte, memoria
lunedì, 06 luglio 2009

Una mattina alla Feltrinelli.

'Lo può trovare nello scaffale della saggistica'.

'E dove trovo lo scaffale della saggistica?'

'Alla fine del corridoio, difronte a lei'.

Mi dirigo esausto nel corridoio. E' il terzo addetto al quale chiedo la stessa informazione ricevendo una risposta simile ma non uguale. Mi chiedo perchè i libri debbano essere catalogati per genere, quando i generi sono sempre meno definiti. Non sarebbbe indicarli tutti per autore o per casa editrice? Mi chiedo perchè devono costringere le persone a chiedere alle signorine (antipatiche) con la magliettina e il cartellino che spesso quando ti avvicini continuano a parlare cone le colleghe della loro vita, dei figli, del marito, delle vacanze e dell'asilo, mentre tu stai lì ad aspettare. Le fissi e pensi di essere invisibile. Le fissi e pensi a quanto sia davvero interessante la loro vita che quasi quasi ti viene voglia di prendere una sedia e rimanere lì ad ascoltare...

Arrivo alla fine del corridoio, cerco difronte a me lo scaffale della saggistica, leggo 'Filosofia'. Freno, a stento, lo sconforto... provo a non perdermi d'animo gruardandomi intorno, continuo a leggere le categorie degli scaffali: 'pscicologia', 'pedagogia', 'scienze umane'. E che vuol dì? perchè le altre che sono? 'Filosofia' 'Storia', sono fuori strada.

Cerco un libro di Goffredo Fofi. Sulle minoranze. In realtà non è scritto da lui, è un'intervista. Io lo definirei effettivamente un saggio, ma devo cercare sotto il nome di chi è intervitato o di chi intervista? Mi rifiuto di chiedere ancora, passo al setaccio gli scaffali, i tavolini, le panche, gli espositori, libro per libro, titolo per titolo.

Non vorrei chiedere ancora, ma non ho alternative. Quando lo faccio, la signorina con la magliettina e il cartellino, senza nemmeno rivolgermi lo sguardo, inizia a consultare il pc. Dopo una richiesta di conferma del titolo mi dice che 'è prenotabile per il cliente'. Una di quelle frasi misteriose da call center o da ufficio delle imposte o da ministero delle partecipazioni statali.

'Scusi, significa che non c'è?'

'Sì, non è disponibile'

'........'

Non capisco quale sia la differenza ma mi accontento. Se non altro ora è tutto chiaro. Rimpiango ibs.it, lì digiti il nome del libro, lo metti nel carrello e paghi, punto. Niente scaffali, reparti, espositori delle novità, ecc.. Dopo tre giorni a casa arriva un agevole pacchettino con indicato anche, libro per libro, quanto hai risparmiato sul prezzo di copertina...

La sconfitta del reale è nel servizio. La sconfitta del reale è nell'oppressione e nella limitazione dell'autonomia. La sconfitta del reale è nella sua mancanza di razionalità apparente e paradossalmente reale.

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categorie: italia, libri, deliri
mercoledì, 18 marzo 2009

È la camorra il nuovo terrorismo.

di don Peppino Diana

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra (...)
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.


I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l'imprenditore più temerario; traffici illeciti per l'acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.


E' oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l'infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.

La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d'intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L'inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l'inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l'Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una "ministerialità" di liberazione, di promozione umana e di servizio.


Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili. Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti (...)
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa; alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo "profetico" affinché gli strumenti della denuncia e dell'annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili.


Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia: "Siamo rimasti lontani dalla pace... abbiamo dimenticato il benessere... La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,... dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare... sono come assenzio e veleno".

http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Diana


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categorie: italia, libri, memoria, napoli, camorra, resistenze, esistenze