Non potevo correre o giocare
da ragazzo.
Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa,
non bere -
perchè la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Ora giaccio qui
confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:
c'è un giardino di acacie,
di catalpe, e di pergole dolci di viti -
là quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary -
baciandola con l'anima sulle labbra
all'improvviso questa prese il volo.
Dall' "Antologia di Spoon River"
di Edgar Lee Masters - Traduzione a cura di Fernanda Pivano
Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l'amore".
Sistemo questa calza sdrucita prima di uscire. Esco di notte come i topi e gli scarafaggi. Fastidiosi come me, neri più di me.
Sono venuta in Italia, per guadagnare, fuggita da un posto lontano che non mi voleva più.
Mi hanno illuso con le mani, con le parole, con i loro corpi, facendomi credere che sarei arrivata nella terra promessa, dove ogni sogno sarebbe diventato realtà. Mi avevano parlato di soldi, di una nuova vita, mi avevano parlato di un amore che non arriverà.
Ho conosciuto il freddo, il gelo che di notte ti taglia la faccia ed il vento che ti vìola nell'intimità come mani impertinenti. Ho conosciuto la violenza e la sopraffazione, il dolore, lividi e cicatrici e gambe che non ce la facevano a reggermi più. Ho conosciuto lacrime divenute asciutte, compagne sincere del mio passato.
Ho conosciuto l'attesa, fari che si avvicinano come per sceglierti, finestrini che si abbassano come per sapere ed una giostra che andava avanti per lunghissime ore.
Ho conosciuto i sogni, pensieri affannati, quelli che ti servono per distrarti e andare lontano, quelli che ti aiutano a fuggire da un corpo posseduto da un estraneo, sconosciuto a questo cuore.
Domani mi sveglierò tardi, in un posto lontano, in un letto affittato in tre. Domani tornerò qui, su questo marciapiede-secondacasa. Non avrò freddo e non piangerò. Domani mi aspetta un nuovo sogno per andare lontano.

Me l'hanno portato via senza dirmi nulla.
E con lui ho perso tutto, davvero. Della casa non mi importa, vivevo lì da quando sono nata, ma è passato in un attimo, un battito di ciglia.
Gli spari e mi sono voltata, sono uscita di casa, c'era polvere. Ho gridato il suo nome con la forza che avevo in corpo, ma non mi sentivo, lui non mi sentiva.
L'ho visto che giaceva lì, a terra, una pozza del suo sangue. Bianco in volto, sulla fronte rivoli rossi di vita che andava. Ho sentito che morivo con lui, ho sentito il tempo cambiare, le gambe deboli che non mi sorreggevano, ho visto che non avevo la forza di tornare indietro, ad un attimo prima, solo un secondo. Ho sentito il dolore ed un peso addosso. Ho visto una madre oramai impotente e vuota, senza una ragione di vita.
Le cose non dette, i giorni ancora da vivere, il suo sorriso, un abbraccio.
Avevano detto mai più guerre, avevano detto che il mondo sarebbe cambiato, sarebbe stato migliore. Avevano detto mai più sacrifici.
Mio figlio è lì a terra, esamine come un Cristo in croce, figlio mio, figlio di un sacrificio dovuto.
Un altro sacrificio perduto.
http://www.youtube.com/watch?v=VYpXIA7BVtI
Avete ogni anno le stesse facce, uguali e diverse, insoddisfatte e perverse. Ogni anno la stessa moglie che vi conosce ogni anno un po' meno, figli che perderete, d'estate, che vi faranno sentire un po' più vecchi.
Avete accenti diversi che ogni volta storpiano il mio nome come fosse un quadro falso e ogni volta lo rendono più duro o più aperto. Che invece Teresa dovrebbe essere uguale ovunque.
Avete coscienze sopite e scrupoli che non sapete riconoscere, che cercate agli angoli delle strade di notte o nel sesso della figlia del droghiere, a Rimini o ad Ischia d'estate.
Avete quindici giorni da passare, due settimane per ritrovare le vostre coscienze, per continuare a mentire. Quindici giorni per stare in silenzio, e non rispondere ancora.
Avete un altro anno da passare, un altro anno di scommesse e giuramenti, pioggia e luci accese, turbamenti e falsità. Un altro anno d'attesa che Rimini torni ancora.
Oggi è il giorno in cui nove anni fa ha deciso di andare, di uscire di scena per l’ultima volta, come se fosse la fine di uno dei tanti (ma nemmeno tanti) suoi concerti. Ed è uscito di scena proprio come i grandi, senza particolare fragore, senza particolari attenzioni da parte delle folle e dei media, troppo distratti e concentrati su cose più terrene. E proprio come i grandi la sua uscita di scena è di quelle che non lascia indifferente. E io mi sa che son o ancora lontano, che faccio ancora fatica, come una macchina che non riesce a ingranare e il motore gira a vuoto. Il mondo mi gira intorno, più veloce di me, troppi volti, non si fermano a guardarmi… sono in cerca di me stesso. Un giorno mi troverò.
Impressioni di settembre
Mogol - Pagani - Mussida
(1971)
Quante gocce di rugiada intorno a me
cerco il sole, ma non c'è.
Dorme ancora la campagna, forse no,
è sveglia, mi guarda, non so.
Già l'odor di terra, odor di grano
sale adagio verso me,
e la vita nel mio petto batte piano,
respiro la nebbia, penso a te.
Quanto verde tutto intorno, e ancor più in là
sembra quasi un mare d'erba,
e leggero il mio pensiero vola e va
ho quasi paura che si perda...
Un cavallo tende il collo verso il prato
resta fermo come me.
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
respiro la nebbia, penso a te.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo.
e intanto il sole tra la nebbia filtra già
il giorno come sempre sarà.
http://www.youtube.com/watch?v=DS76YKxiOKU&mode=related&search=
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