
di Evelina Santangelo
Perché Tornatore ha messo su una produzione colossale, ha convocato attori e comici (siciliani soprattutto, ma anche non siciliani) di varia fama e fortuna, accanto a una moltitudine di comparse? Perché ha rinunciato a ogni tipo di effetto speciale o di espediente cinematografico al punto da far sgozzare davvero un bue sul set, suscitando lo sdegno degli animalisti?
Perché – passando al piano delle scelte strettamente narrative – ha evocato quasi un secolo di Storia? ha attraversato tre generazioni (il nonno pastore, appassionato di letture, il padre semianalfabeta e attivista politico, se stesso ragazzo…)? ha intersecato le esistenze di una moltitudine di personaggi? ha montato un film lunghissimo quasi tutto calato in una colonna sonora pervasiva?
Con domande del genere, prive di risposte convincenti, si esce dal cinema dopo aver visto Baarìa.
Per fare un omaggio alla sua cittadina di origine, Bagheria, verrebbe da rispondere (restituita, infatti, in paesaggi e ricostruzioni mozzafiato), con le sue figure eminenti (Guttuso, Buttitta evocati in camei emblematici), le sue credenze locali (le uova rotte e le serpi nere del malaugurio, le «truvature» nascoste sotto rocche miracolose), i suoi antichi o inveterati o invalsi usi e costumi (la «fuitina» dei fidanzati, le suggestive processioni religiose, il più moderno «schiticchio» in campagna, i «bagni ammare» negli stabilimenti…), il suo dialetto, le sue strade, i suoi monumenti, i suoi palazzi-simbolo (come Villa Palagonia e i mitici mostri che la vegliano)… Per fare un omaggio a suo padre, semianalfabeta e appassionato attivista comunista, che non ha mai avuto la soddisfazione di essere davvero qualcuno, verrebbe da dire, visto che è l’unico personaggio su cui indugia un po’ di più la storia (anche se mai sino al punto da toccare la sostanza umana più nascosta). Per tornare, a suo modo, a casa, alle sua terra, alla sua gente, alla sue vicende familiari e alla loro esemplarità.
E, per fare un omaggio del genere, era necessario scomodare tutto quello che è stato scomodato? Dissipare tutto quello che è stato dissipato?
Ridurre mezzo secolo di Storia a una carrellata di fatti salienti privi di sviluppo interno, dove alcuni eventi fondativi del nostro Novecento sono risolti quasi sempre in corse concitate e urla? (non ho mai visto concentrate in un film tante scene di massa in cui la gente non fa altro che correre e urlare per ogni genere di evento), dove le intimidazioni degli squadristi e l’arroganza dei podestà diventano siparietti sapidi, caricaturali? dove le aspirazioni, le delusioni, le tensioni, i sacrifici, le disillusioni che accompagnarono le lotte contadine e sindacali sono risolti in citazioni più o meno suggestive (come il corteo muto di bandiere rosse e petti a lutto dopo la strage di Portella della Ginestra, di cui resta solo questa nota di colore)? dove le contestazioni del Sessantotto si risolvono in citazioni di peso del più famoso degli slogan del maggio francese e in un didascalico conflitto generazionale a suon di centimetri di gonne? dove l’urbanizzazione – con tutto quello che ha significato per la Sicilia e per un paese come Bagheria la speculazione edilizia –, diventa una trovata semicomica con l’assessore all’urbanistica cieco che mette le mani sul plastico della città e sulla bustarella infilata nella tasca (una scena che non riesce nemmeno a essere iperbolica, solo una citazione letterale del titolo di Rosi)? dove la Storia insomma diventa una sorta di manuale «tascabile» di facile consultazione condito di trovate sapide? E dove le storie individuali, le storie minori che fanno la Storia, diventano scene di vita puramente giustapposte senza alcuna intrinseca necessità narrativa, alcuno sviluppo interno né alcuna eco umana che dia lo spessore di una esistenza?
Per fare un omaggio del genere, quasi personale, che mi ha ricordato certi aneddoti di mia nonna (bagherese o di mia madre, lei pure bagherese), certe storielle raccontate così per passare una serata o ricordare i tempi andati (Buttitta che recitava le sue poesie per strada, le leggende di tesori nascosti…) era necessario andare a scomodare la sicilianità nella sua quintessenza riducendola a un repertorio di tratti distintivi, anzi di luoghi comuni: le lupare in spalla, la coppola, le mafiosità verbali e comportamentali, le furberie, il qualunquismo, il dialetto sempre urlato, la battuta facile (ammesso che i siciliani, i bagheresi, abbiano la battuta facile)… così facile che molte scene sembrano costruite tutte in funzione di una qualche battuta, appunto… così facile che l’intera Storia e quotidianità dei siciliani sembra esser stata un susseguirsi di gag, di siparietti comici, un ininterrotto avanspettacolo o una perenne commedia delle parti, con tutti i ruoli previsti assegnati a dovere, e con un netto prevalere di caricature (tragiche o esilaranti)? Cosa che sarebbe anche andata bene (c’è chi, come Roberta Torre, ha messo alla berlina certi tratti dell’identità mafiosa attraverso un uso intenzionale e corrosivo della caricatura, c’è chi, come Ciprì e Maresco, ha perseguito il grottesco caricaturale senza risparmiare niente e nessuno… qui in Sicilia), sarebbe andata benissimo, ripeto, se in Baària non ci fosse sempre quella musica epica o nostalgica, da «come eravamo», quella figura del padre dotata di una sua allusa (presunta) dignità interiore, se non ci fosse quell’atmosfera patinata, quella luce dorata, che a volte ricorda persino certe pubblicità della chiesa cattolica o della pasta Barilla (con il piatto, non di pasta ma di polpo, servito in tavola al maestro Guttuso, che accenna il disegno di un tentacolo… in omaggio anche lui alla sua gente che, a sua volta, lo omaggia)… se non ci fosse quell’atmosfera bella, consolatoria, dove ritrovi le cose antiche (le uova rotte, le serpi, le «truvature», le veggenti…), il sapore locale, il vernacolo (pronunciato quasi sempre a voce altissima come se fosse un parlare tra sordi), se non ci fossero quei rallenty, quelle riprese evocative o grandiose, quelle citazioni e autocitazioni (Le mani sulla città, Il Padrino… le scene più memorabili di Nuovo Cinema Paradiso), se non ci fosse quell’ambizione di attraversare la Storia (come ha saputo attraversarla Bertolucci nel suo Novecento, con le sue scene durissime sulla vita contadina di cui il toro sgozzato di Baarìa sembra una pallida rievocazione, se non fosse che il toro è sgozzato sul serio…), quell’intento abbastanza esplicito di restituire l’identità di tutta una gente attraverso storie minori, oscure, iscritte nella grande Storia.
Così, alla fine, uscendo dalla sala, dopo aver visto un film di un regista ritenuto tra i più rappresentativi del cinema italiano contemporaneo, e accolto come un maestro (indiscussa la sua abilità con la cinepresa), si ha l’impressione che quel volo iniziale del bambino su Baarìa non sia mai finito, che il film non sia mai davvero iniziato, e che tutti noi spettatori si sia stati lì a volare, o sorvolare, sulla Storia e le storie, senza mai davvero toccarle o affondarvi lo sguardo, da bravi sorvolatori o da cultori della distrazione e della battuta facile, senza troppe pretese, quali spesso ci siamo ridotti, nostro malgrado.
E la sensazione disturba ancora di più proprio perché questo film scomoda tutto quello che si poteva scomodare e dissipa tutto quello che si poteva dissipare, in termini anche di patrimonio spirituale e identità collettiva.
http://www.nazioneindiana.com/2009/09/28/baaria-ovvero-il-tempo-dei-sorvolatori/#comment-120767

http://www.youtube.com/watch?v=H6goaEF8OyI
http://www.youtube.com/watch?v=-9AXQGGkgK8&NR=1
ROMA - Nelle televisioni italiane è vietato parlare di tv, vietato dire che c'è una connessione tra il capo del governo e quello che si vede sul piccolo schermo. La Rai ha rifiutato il trailer di Videocracy il film di Erik Gandini che ricostruisce i trent'anni di crescita dei canali Mediaset e del nostro sistema televisivo.
"Come sempre abbiamo mandato i trailer all'AnicaAgis che gestisce gli spazi che la Rai dedica alla promozione del cinema. La risposta è stata che la Rai non avrebbe mai trasmesso i nostri spot perché secondo loro, parrà surreale, si tratta di un messaggio politico, non di un film", dice Domenico Procacci della Fandango che distribuisce il film. Netto rifiuto anche da parte di Mediaset, in questo caso con una comunicazione verbale da Publitalia. "Ci hanno detto che secondo loro film e trailer sono un attacco al sistema tv commerciale, quindi non ritenevano opportuno mandarlo in onda proprio sulle reti Mediaset".
A lasciare perplessi i distributori di Fandango e il regista sono infatti proprio le motivazioni della Rai. Con una lettera in stile legal-burocratese, la tv di Stato spiega che, anche se non siamo in periodo di campagna elettorale, il pluralismo alla Rai è sacro e se nello spot di un film si ravvisa un critica ad una parte politica ci vuole un immediato contraddittorio e dunque deve essere seguito dal messaggio di un film di segno opposto.
"Una delle motivazioni che mi ha colpito di più è quella in cui si dice che lo spot veicola un "inequivocabile messaggio politico di critica al governo" perché proietta alcune scritte con i dati che riguardano il paese alternate ad immagini di Berlusconi", prosegue Procacci "ma quei dati sono statistiche ufficiali, che sò "l'Italia è al 67mo posto nelle pari opportunità"".
http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/rai-videocracy/rai-videocracy/rai-videocracy.html
Era già scritto.
Dove saremmo finiti era già scritto. Era il 1962 ma Dino Risi aveva già colto del tutto il carattere profondo e tipico di una nazione, non ancora alla soglia del baratro, ma che già mostrava i segni di un'immininte degradazione interiore.
Siamo all'inizio degli anni '60, l'Italia è come frastornata ed eccitata dal boom economico, tutto sembra possibile, il riscatto della classa media, l'affrancamento sociale di soggetti tenuti fino a quel momento ai margini. Le strade sono per lo più vuote, tutto l'anno e non solo a ferragiosto, e la strada più che mai rappresenta una via da percorrere per arrivare al possibile, un confine che cela appena il benessere. La strada diventa protagonista, insieme ad una macchina che sembra poterti portare ovunque, dove desideri, in un istante. C'era il sogno, c'era la luce al di fuori di un tunnel durato decenni, c'era una società che manteneva ancora saldi i principi e i valori degli uomini venuti dalla terra, ma ora con la possibilità di accedere e partecipare.
Un sorriso amaro, a guardarlo oggi. Era già scritta l'arroganza, la propotenza. Era già scritta la violazione sublime dell regole, il 'piacionismo', l'ipocrisia, la superficialità. Tutto scritto.
Apri oggi un qualsiasi quotidiano, guardi un qualsiasi telegiornale (consiglio vivamente Studio Aperto) e ti accorgi che quei personaggi erano già lì. Embrioni, forse ancora in provetta, ma già perfettamente delineati. Tutti. I Papi, i Corona, i Grandi Fratelli, gli Isolani Famosi, i politici strafottenti e servi dei propri privilegi.
Mi piacerebbe sapere che affresco farebbe oggi Dino Risi. Come disegnerebbe l'Italia che stiamo vivendo, ora che il baratro è davvero ad un passo, ora che i sogni fanno fatica a volare e le sperenze hanno le ali tarpate.
E mi piacerebbe sapere come ci vedremmo tra altri 40 anni, forse, per chi ci sarà, con un altro riso amaro.
Il sorpasso, 1962, con V. Gassman e C. Spaak. Regia di Dino Risi.
La scena finale:
Ormai non provo neppure rabbia. Una corteccia mi protegge dalle emozioni. Non rancore, non delusione.
'Qui non è Fortapasc' e pensi che poco è davvero cambiato, non la cultura del malaffare, non la prepotenza, non la voglia di continuare a deturpare ed affliggere questa terra.
Non è cambiata la mancanza di rispetto per chi ancora si fa delle domande, l'isolamento per chi prova ad alzare la voce, l'emarginazione e lo screditamento nei confronti di chi invita gli altri ad aprire gli occhi.
Il film di Marco Risi è anche uno specchio sul nostro passato che inevitabilmente traccia una linea di tendenza, immaginaria, che porta a vedere come siamo oggi e a proiettarci idealmente nel domani.
E il risultato è un schiaffo in faccia.
Non so se esiste una via d'uscita a tutto questo. Siamo ancora Fortapàsc, rinforzato, con uno nuovo sistema di difesa, ancor più radicato nella cultura rispetto a venti anni fa. Ma con una differenza, che è ciò che fa ancora più paura. Fuori Fortapasc c'è un altro Fortapasc e poi un altro e poi un altro. Cerchi concentrici che non si interesaco mai, ma che si contengono reciprocamente e che rappresentano il sistema di comunicazione, la politica, la borghesia, la classe dirigente e molti di noi (non tutti, per fortuna) semplici cittadini silenti e conniventi.
Fortapasc è ovunque. E continuerà a ad esserlo e a svilupparsi fino a quando le nostre coscienze distratte non si sveglieranno e troveranno una sintonia comune. Fino a quando ciascuno di noi non lancerà uno sguardo appena più lontano, appena un po' più in là da noi stessi, dal nostro mondo sempre più chiuso e avviluppato in un egoistico loop.
Fino a quando ciascuno non smetterà di dosso i propri panni da 'impiegato' e vestirà finalmente quelli propri del suo mestiere.
’... ci sono i giornalisti-impiegati e i giornalisti-giornalisti...dammi retta, questo non è un paese un paese per giornalisti-giornalisti’
Per H. Milk, S. Penn, ma anche per Peppino Impastato, Roberto Saviano, i giudici Falcone e Borsellino, Annalisa Durante, don Peppino Diana...
Per chi lotta tutti i giorni e crede in un futuro migliore.

Per tutti quelli che, nonostante tutto, non perdono la speranza...
Cannavaro: «Gomorra? Nuoce all'Italia».

Un altro che non ha capito niente, che preferisce i prosciutti sugli occhi, che in fondo non ama davvero la sua gente e la sua terra.
Gomorra non è Napoli ma è a Napoli e in tutto il suo territorio. Regola il commercio, le istituzioni, condiziona la vita sociale e professionale.
Gomorra è nel 'ca si fa accussì', dallo spaccio al parcheggiatore abusivo.
E Gomorra approfitta di chi pensa che sia meglio sottacere, farsi i fatti suoi, di chi crede che il troppo parlare leda l'immagine di Napoli.
Quale immagine?
Scena da 'Le conseguenze dell'amore' di Paolo Sorrentino.