La pistola ha lasciato un brivido freddo sulla tempia.
Le voci rimbombano nelle orecchie, i loro volti negli occhi e in fotografie indelebili.
Provi a farti domande, a non ascoltare le risposte.
Provi a pensare che non sia vero, a convincertene, ma poi riapri gli occhi e capisci che i sogni sono un'altra cosa.
Pensi a ciò che ti rimane, quello che resta, quello che ora è la vera forza.
Ormai non provo neppure rabbia. Una corteccia mi protegge dalle emozioni. Non rancore, non delusione.
'Qui non è Fortapasc' e pensi che poco è davvero cambiato, non la cultura del malaffare, non la prepotenza, non la voglia di continuare a deturpare ed affliggere questa terra.
Non è cambiata la mancanza di rispetto per chi ancora si fa delle domande, l'isolamento per chi prova ad alzare la voce, l'emarginazione e lo screditamento nei confronti di chi invita gli altri ad aprire gli occhi.
Il film di Marco Risi è anche uno specchio sul nostro passato che inevitabilmente traccia una linea di tendenza, immaginaria, che porta a vedere come siamo oggi e a proiettarci idealmente nel domani.
E il risultato è un schiaffo in faccia.
Non so se esiste una via d'uscita a tutto questo. Siamo ancora Fortapàsc, rinforzato, con uno nuovo sistema di difesa, ancor più radicato nella cultura rispetto a venti anni fa. Ma con una differenza, che è ciò che fa ancora più paura. Fuori Fortapasc c'è un altro Fortapasc e poi un altro e poi un altro. Cerchi concentrici che non si interesaco mai, ma che si contengono reciprocamente e che rappresentano il sistema di comunicazione, la politica, la borghesia, la classe dirigente e molti di noi (non tutti, per fortuna) semplici cittadini silenti e conniventi.
Fortapasc è ovunque. E continuerà a ad esserlo e a svilupparsi fino a quando le nostre coscienze distratte non si sveglieranno e troveranno una sintonia comune. Fino a quando ciascuno di noi non lancerà uno sguardo appena più lontano, appena un po' più in là da noi stessi, dal nostro mondo sempre più chiuso e avviluppato in un egoistico loop.
Fino a quando ciascuno non smetterà di dosso i propri panni da 'impiegato' e vestirà finalmente quelli propri del suo mestiere.
’... ci sono i giornalisti-impiegati e i giornalisti-giornalisti...dammi retta, questo non è un paese un paese per giornalisti-giornalisti’
http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Diana
Cannavaro: «Gomorra? Nuoce all'Italia».

Un altro che non ha capito niente, che preferisce i prosciutti sugli occhi, che in fondo non ama davvero la sua gente e la sua terra.
Gomorra non è Napoli ma è a Napoli e in tutto il suo territorio. Regola il commercio, le istituzioni, condiziona la vita sociale e professionale.
Gomorra è nel 'ca si fa accussì', dallo spaccio al parcheggiatore abusivo.
E Gomorra approfitta di chi pensa che sia meglio sottacere, farsi i fatti suoi, di chi crede che il troppo parlare leda l'immagine di Napoli.
Quale immagine?
Il pantalone mi si è rotto scavalcando un cancello stamattina. L'accesso al cantiere era chiuso, chiuso per gli occhi di altri, per i curiosi, non per chi qui ci lavora e butta il sangue. Per entrare ogni volta devi fare un percorso come in una guerra, un sentiero abbandonato che porta ad una palazzina in costruzione. Quando pensi di esserti perso, allora sei quasi arrivato.
Come quando sono venuto qui, giorni interi senza mangiare, a piedi nel deserto che è come camminare al buio, speri sempre che quando poi la luce si accende sei esattamente dove immaginavi. Ma non è mai così.
Quando pensavo di non arrivare più, quando la voglia di arrendersi si era già impadronita delle mie forze, allora un sospiro e le luci della terra difronte a noi.
Qui mi riconoscono dal colore della mia pelle. Prima di parlarmi per loro sono già assassino, spacciatore, pappone. Rubo il lavoro che non vogliono fare, mi pagano per pulirsi la coscienza come quando danno da mangiare ad un cane randagio. Quando mi parlano non si rivolgono mai a me, mai a me solamente, ma a quelli come me, i negri, la mia gente, le donne della mia terra. Per loro non esisto, non sono una persona. Sono io stesso un popolo per loro, non un nome nè un cognome.
Mi sfruttano di nascosto, mi considerano un problema quando stanno davanti agli altri.
La sartoria chiude tardi stasera, mi hanno detto che per il mio pantalone devo aspettare.
Ho fame e sonno, stasera tornerò tardi.
Eric lavorava in un' impresa edile come piastrellista. Giovedì 18 Settembre era andato alla sartoria Ob Ob exotic fashions per farsi rattoppare il pantalone che aveva addosso. Nella sartoria gli hanno detto che avrebbero pensato a lui soltanto prima della chiusura, alle "nove". è andato a sedersi in macchina. Era stanco o forse si vergognava a farsi vedere con quello strappo nei calzoni. Con altri cinque immigrati è stato ammazzato dalla mano armata della camorra.