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Pensieri sparsi in ordine sparso.

Chi sono

Utente: GuidoR
Nome: Guido
Partito da Napoli circa dieci anni fa e non ancora arrivato. Sono curioso, mi piace conoscere quello che è intorno a me. Mi piace la musica, interminabile colonna sonora della mia vita, mi piace leggere, per andare lontano con la mente, mi piace scrivere, per poter dire di esserci stato. Ho 33 anni e voglio ancora imparare.

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giovedì, 28 giugno 2007

Il Futuro del Rock 'n' Roll.

Più di trent'anni fa, uno sconosciuto giornalista americano dopo aver assistito ad un concerto in un sobborgo newyorkese scrisse un articolo che intitolava acclamante: 'Ho visto il futuro del Rock and Roll!!'. Aveva visto il suo primo concerto di Bruce Springsteen, una furia che per oltre tre ore l'aveva tenuto con il fiato sospeso e l'aveva accompagnato per mano nel suo mondo musicale.

Tempo ne è passato abbastanza, e direi che Jon Landau (questo il nome di quel visionario giornalista) può oggi dire di averci visto bene.

E' un po' di giorni che io mi faccio di Hold Steady. Sono Newyorkesi di Brooklin. Hanno la faccia da impiegati del collocamento. Hanno ognuno quasi quarant'anni. Sono la faccia dell'altra America. Cantano quella che è la faccia dell'altra Amaerica. E quello che suonano è Rock. Il più classico, quello con il pianoforte in sottofondo che tiene il tempo e fa virtuosismi strani, quello che ti fa scattare su dalla sedia e che ti fa taburelleggiare le dita sul tavolo. Quello che l'attacco di batteria è l'inizio di un'altra giornata. 

E quello che raccontano sono le storie che non si vedono, quelle che fanno voltare la faccia dall'altra parte, quelle che non alzano mai la mano per farsi vedere. Le solite storie che sono un'unica grande storia. Quelle dei ragazzi e delle ragazze dell'america di oggi, disorientati, innamorati, delusi, sconfitti e mai domi, depressi. Sono tutti alla ricerca di un modo per salvarsi, di una strada, non si sa quanto lontana, da percorrere per provare a rendere questa vita migliore. Tutte quelle storie che percorrono la strada secondaria della vita e che fanno fatica a tornare su quella principale. 

Quelle storie lontane che poi sono la nostra storia, episodio per episodio, lettera per lettera.

Ascoltate 'First Night', dall'ultimo album 'Boys and Girls in America' ci sono tante versioni anche live su www.youtube.com, se non siete innamorati, succederà.

Non faccio il giornalista e non sono, purtroppo, in grado di guardare negli occhi il domani, ma vedo più di quaranta concerti in un anno e la musica è la colonna sonora della mia vita.  Per me sono loro, The Hold Steady, il Futuro del Rock 'n Roll.

http://www.youtube.com/watch?v=3Cem1ME-OvQ

http://www.theholdsteady.com/

postato da: GuidoR alle ore 10:04 | link | commenti (2)
categorie: musica, esistenze, roots, bruuuuce
martedì, 26 giugno 2007

Un poeta

Un giorno dopo l'altro
il tempo se ne va
le strade sempre uguali,
le stesse case.
Un giorno dopo l'altro
e tutto e' come prima
un passo dopo l'altro,
la stessa vita.
E gli occhi intorno cercano
quell'avvenire che avevano sognato
ma i sogni sono ancora sogni
e l'avvenire e' ormai quasi passato.
Un giorno dopo l'altro
la vita se ne va
domani sarà un giorno uguale a ieri.
La nave ha già lasciato il porto
e dalla riva sembra un punto lontano
qualcuno anche questa sera
torna deluso a casa piano piano.
Un giorno dopo l'altro
la vita se ne va
e la speranza ormai e' un'abitudine.

Luigi Tenco, Un giorno dopo l'altro.

postato da: GuidoR alle ore 13:58 | link | commenti
categorie: musica, italia, amici, esistenze
giovedì, 21 giugno 2007

Come il Pescatore.

Pesca forza tira pescatore
pesca non ti fermare
anche quando l'onda ti solleva forte
e ti toglie dal tuo pensare
e ti spazza via come foglia al vento
che vien voglia di lasciarsi andare
più leggero nel suo abbraccio forte
ma è così cattiva poi la morte.

 

Da: Pierangelo Bertoli, Pescatore.

postato da: GuidoR alle ore 09:17 | link | commenti (1)
categorie: musica, deliri, esistenze
mercoledì, 13 giugno 2007

I tuoi Santi.

Andare a volte non è una scelta.

Si è costretti dall’infamia della vita, che ti porta ad andar lontano e distaccarti dai tuoi affetti, sradicato dal posto dove sei nato, dalle strade che conosci meglio di casa tua. Altre volte però te lo senti dentro, la tua voglia di andare via è una cosa che ti monta dentro un po’ alla volta, te la senti crescere, ogni volta di più, ogni volta che guardandoti intorno vedi qualcosa che non ti appartiene, qualcosa dalla quale vuoi velocemente dissociarti, che non condividi, il mondo andare veloce in un’unica direzione che non è quella dove vorresti portarlo tu.

Il grande "Guida per riconoscere i tuoi santi" esordio cinematografico di Dito Montiel racconta, con poetica crudezza il mondo di una solitudine di periferia. Sei solo anche quando sei nel tuo branco ma non riesci a parlare con gli altri ragazzi impauriti e soli come te, sei solo anche quando hai una ‘regolare’ famiglia eppure con tuo padre e con tua madre non riesci a far altro che salutare a voce bassa e litigare urlando. Racconta di una storia personale realmente vissuta, tutta fino in fondo, autobiografia fedele di una giovinezza inquieta. Episodio per episodio: la prima canna, il primo bacio, i soprusi delle bande rivali, le offese ai tuoi genitori, la ragazza che forse ti rapirà il cuore per sempre, il primo amico che muore, il primo amico sbattuto dentro una cella a marcire. E poi la prima volta che hai pensato di voler andare via. Lontano il più possibile dal quel posto. Non importa esattamente dove, quello è secondario.

Quello che importa è perché. Non vuoi piegarti a tutto questo, non puoi pensare che la tua vita diventi così, rassegnata come quella che leggi tutte le mattine negli occhi di tuo padre. E allora andare è quasi l’unica direzione che puoi intraprendere, come un sentiero già tracciato prima dal tuo stesso destino. Vai lontano e passano gli anni. Il tempo troppo spesso è impotente. Non riesce a tagliare i cordoni ombelicali che hanno segnato la tua esistenza quelli che ti legano ancora agli affetti, quelli che ti legano ai posti dove sei nato e la tua vita è trascorsa, un tempo, spensierata. E così un giorno d’improvviso ti chiedono di tornare, a salutare tuo padre morente, un ultimo saluto. E tu ti accorgi che da quei luoghi non sei mai andato via, che sei cresciuto, cambiato, eppure lì tutto è rimasto immobile. O quasi. Tornare non è un ripensamento è solo assecondare, ancora una volta gli affetti. Quelli che per te contano, quelli di chi sanno realmente tu chi sei perché ti hanno conosciuto da bambino e visto crescere. Quelli che presto ti vedranno ripartire.

 

http://www.mymovies.it/dizionario/trailer.asp?id=44558

http://www.imdb.com/title/tt0473488/

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=44558

postato da: GuidoR alle ore 09:05 | link | commenti (3)
categorie: libri, cinema, napoli, radici, esistenze
venerdì, 08 giugno 2007

Quando torni a Napoli.

La voce metallica dall’altra parte della cornetta si fa più forte e decisa quando arriva a nominare la città. ‘Quando torni a Napoli?’. La prima sillaba è ampia, alta di tono e sembra non finire mai.

La domanda innocente è legata ad un fine settimana da programmare, ad un appuntamento con amici di vecchia data che si ha una fremente voglia di confermare. Con il tempo mi sono convinto che amici si nasce: ci deve essere un cromosoma particolare in ciascuno di noi che poi ritrovi uguale in qualche altra persona. Un cromosoma gemello che si riconosce in automatico e che ti tiene legato per il resto della tua vita. Stando lontani, a centinaia di km, c’è sempre il rischio che questo cromosoma si affievolisca, si rimpicciolisca, poco a poco svanisca disperso nei meandri del nostro DNA. E allora una delle poche cose che tu puoi fare è, pianificando con pazienza, tornare a casa, a Napoli. Ogni tanto.

E così un po’ quella domanda te l’aspetti, dai tuoi genitori, che senti tutti i giorni a telefono, dai tuoi amici che senti con la stessa frequenza, da altri conoscenti, che la considerano una domanda tappabuchi, magari una conversazione da ascensore, ma che pongono ugualmente e inesorabilmente. E te l’aspetti ancor di più quando effettivamente è da un po’ che manchi, quando è da troppo tempo che non torni a casa.

A volte a quella domanda rispondo dopo una breve riflessione, a volte di getto, quando me l’aspetto, quando intuisco che qualche istante dopo inesorabilmente arriva. E la risposta cambia, di volta in volta: ‘il prossimo fine settimana’ oppure ‘giovedì sono lì per lavoro’ o ancora ‘tra un mese’.

Il fatto è che la domanda è mal posta: ‘Quando torni a Napoli?’.

Io a Napoli non torno solo quando torno realmente, fisicamente per dire. E quindi la risposta giusta non sarebbe dare un’indicazione di tempo, non è giusto dire ‘il prossimo fine settimana’ oppure ‘tra un mese’. La risposta giusta sarebbe dire, far capire a tutti, che io a Napoli torno più spesso di quello che chiunque possa pensare.

Napoli è qui ed è presente, indelebile come il luogo di nascita scritto sulla carta d’identità, Napoli non è mai stata lontana, mai più lontana della distanza che mi separa dal mio cuore.

A Napoli torno spesso, per questo, molto spesso. Ogni volta che qualche emozione mi fa andare in corto circuito il cervello ed il cuore e mi proietta nel passato, ad un tempo andato, mai troppo lontano, mai realmente passato.

Torno a Napoli ogni volta che accendo l’i-pod e seleziono la mia playlist preferita, fatta di Almamegretta e 24 Grana, Enzo Avitabile e Pino Daniele, A’67 e Dabol.

Torno a Napoli ogni volta che sento, distratto, parlare due persone con un accento che profuma di casa, di famiglia.

E poi torno a Napoli ogni volta che vedo il mare. Penso che tutte le città di mare hanno qualcosa che le accomuna. Uno scorcio simile, l’aria salina che si respira, o semplicemente la possibilità di trovare un posto dove poter dare sfogo ai propri pensieri e guardarli andare via, lontano, un po’ alla volta di fronte a te. E ogni volta che mi trovo di fronte al mare, in questo o nell’altro emisfero, q qualunque latitudine e a qualunque longitudine il mio pensiero corre lì, come se fosse attratto da quelli di qualcun altro, pensieri di versi, che da Napoli sono partiti e che a Napoli non vedono l’ora di ritornare. ‘Quando torni a Napoli!’

Non mi manca, in generale. Ma a volte sento anche il bisogno fisico di viverla. Di tornarci per sentire il profumo di vita che si respira nei vicoli o quello che ti fa sentire il mare vicino. Sento l’esigenza di bagnarmi in quella folla distratta che ti travolge indifferente ma che ti fa capire ‘che nun sì sulo’ (come cantava Pinuccio).

Quando torni a Napoli la trovi diversa ma a volte ti senti disilluso, percepisci il tempo correre che si ferma all’improvviso e ti urta dentro, ti dà uno scossone di cui sentivi grande il bisogno.

postato da: GuidoR alle ore 11:02 | link | commenti (3)
categorie: italia, amici, napoli, radici, esistenze
giovedì, 07 giugno 2007

Dici a me?

postato da: GuidoR alle ore 18:55 | link | commenti
categorie:
venerdì, 01 giugno 2007

Il primo mai.

Sono un feticista dei libri. Appena posso mi rifugio in libreria, come fosse una tana, mi lascio incantare per ore da queste meraviglie.

Mi piace passare lentamente il pollice sulla loro superficie liscia, lascio scorrere i polpastrelli sull’estremità laterale delle pagine, le faccio scorrere veloci e mi faccio sorprendere dal loro sbuffo d’aria.

Mi piace sentirne l’odore, aprirne uno a caso, infilare dentro il naso ed aspirare quel profumo fresco di stampa. Quell’odore mi porta indietro nel tempo, mi fa ripiombare con il pensiero ai banchi di scuola, alle biblioteche dell’universtà in cui il silenzio regnava sovrano, le orecchie erano tappate ed uno dei pochi sensi ad essere veramente libero era quello dell’olfatto.

Mi piace guardare le copertine, schizzi improbabili e fotografie geniali, essenziali o esuberanti, poco o molto, moltissimo coerenti con quello che è lo spirito della storia che nascondono dentro, del carattere dei personaggi, del susseguirsi delle vicende.

Mi piace soffermarmi sui titoli, su quelli fatti in un’unica parola, espressione sintetica di quattrocento pagine di storia, mi piacciono le frasi brevi, che spesso sono luoghi comuni, frasi fatte, già sentite ma mai prima associate ad un libro, ad una storia, ad un personaggio.

Spesso so già cosa comprare, un elenco infinito che si autoalimenta e cresce con cadenza e frequenza costante. La mia grande sfida è non chiedere agli addetti dov’è o dove posso trovarlo. La mia sfida grande è capire dove possa essere stato catalogato, se tra la saggistica o l’economica, tra le biografie o i gialli. E spesso l’impresa non è affatto facile, anzi, non lo è, di fatto, mai.

Finalmente lo vedo, mi avvicino come se non volessi dare nell’occhio, come si guarda una donna con l’obiettivo di non farsi guardare. Un po’ alla volta, mi soffermo disinteressato sui libri vicini, mi faccio attrarre da qualche scaffale improbabile. Lo afferro, sono sulla preda: osservo la copertina, con cura e con calma, la biografia dello scrittore, leggo con attenzione la quarta di copertina. Solo allora inizio a sfogliarlo, sfoglio le pagine a caso, in una sequenza strana ed irripetibile. Mi soffermo sullo spessore delle pagine, il tipo di carta, osservo il font e la sua dimensione. Riparto dall’inizio, nell’indice osservo e provo a decodificare la sequenza dei diversi capitoli, il loro titolo, se è definito o se è un semplice e chiarissimo numero.

Ho già deciso da tempo di comprarlo, ma non l’ho ancora fatto solo per non dargliene l’illusione, solo per gustarmi questi preliminari lunghi ed intriganti, un lungo massaggio, prima dell’atto finale.

Lo prendo, ma il primo mai. Mai quello più esterno, quello che ha già conosciuto altre mani che sono state lì a toccarlo e a sfiorarlo, altri nasi ad odorarne la sua intimità, mai il primo. La mia mano scorre parecchi dorsi prima di fermarsi, il terzo, minimo, a volte anche oltre. Lo prendo, lo osservo ancora, che sia perfetto in ogni dettaglio che non sia gualcito, che la quarta di copertina non sia rovinata.

Mi decido, questo sarà con me, il terzo.

Ecco il terzo. Il primo mai. 

postato da: GuidoR alle ore 09:56 | link | commenti (4)
categorie: libri, deliri, esistenze