
“Opera di periferia” di Peppe Lanzetta
di Gianluca Guarnieri
tratto da flipnews.org
Nel “Mare magnum” delle produzioni teatrali, che vanno a susseguirsi in questo periodo dell’anno, è particolarmente interessante questo “Opera di periferia”, “musical” di Peppe Lanzetta, uno degli autori più illuminati, della Napoli dei giorni nostri.
Parlavamo di interesse, e di spunti ne troviamo molti, in questo sguardo attento e a tratti dolente, su una città in perenne sfida con se stessa, in un affresco della quotidianità partenopea, nei suoi frangenti più duri e allo stesso tempo più coinvolgenti.
La scena si svolge attualmente, nella periferia napoletana, con la lotta tra due bande, che hanno scelto di chiamarsi con i nomi di una delle contrapposizioni più dure dei nostri giorni: quella tra israeliani e palestinesi, con il “focus” mirato su quella cosiddetta “palestinese”, con i propri drammi, sogni, le proprie miserie, ma anche di un’apertura netta e palese verso il “futuro” e verso la fusione con altre culture (quella magrebina, in primis) mentre la parte di una Napoli classica e legata al rapporto esistente con la criminalità organizzata è affrescata dal personaggio della “Maga Aurora”, una donna che per far evitare al proprio figlio Carlo, boxeur di incerto futuro, di compromettersi e di proteggerlo dall’opprimente e negativo potere criminale, si trova invischiata in un giro malavitoso, prestando soldi a strozzo, mimetizzando la turpe attività con un lavoro da cartomante. Il plot dello spettacolo è questo, in un mix di classicità e nuovi orizzonti, con momenti di sincero e palpitante umorismo, alternati dalla cupezza delle situazioni, fino ad un finale sorprendente e amaro, che lascia attoniti e sorpresi. Per chi ama un teatro dirompente e lontano dalle staticità, “l’Opera di periferia” non sarà una delusione. Un testo d’impatto, una recitazione efficace con su tutti una Maria Rosaria Virgili, ricca di forza espressiva ed abile nel donare sfumature di drammaturgia classica alla sua Aurora, con echi degni di una Medea di Scampia, sofferente e rabbiosa. Oltre alla Virgili, una Carla Avarista, perfetta come opportuno contrappunto, nel dare vita al personaggio della signora Torre, comare teledipendente, angosciata dai telegiornali e dalla situazione internazionale post 11 settembre. Uno spettacolo, che curiosamente, non è stato profeta in patria, visto che nel capoluogo campano è restato in scena per una sera soltanto, per via di una serie di vicissitudini che hanno lasciato profondi dispiaceri allo stesso Peppe Lanzetta, costretto ad emigrare ed a cercare spazi altrove; spazi trovati nella Capitale, che si dimostra “Alma mater” accogliendo affettuosamente e saggiamente il tutto.
Per fortuna, perché merita quanto di buono visto, con la guida attenta di Pasquale De Cristofaro, regista di esperienza (Cocteau, Gatto, Moliere) e di sobrietà, che non sbaglia nel mantenere una certa frugalità nella messa in scena. Di sicuro, un’occasione per riflettere e la cosa non fa mai male.
Voglio fare le cose così, senza fregarmene troppo di quello che succede dopo.
Ho bisogno di non pensare a quello che realmente può essere conseguente ad una qualsiasi mia decisione. Così, voglio agire così, senza troppo impegno.
E per questo, soprattutto per questo che io devo stramene qui o altrove con me stesso. Perché mi conosco e so quello che mi può aspettare dal stare con me, solo con me.
Ma senza impegno.
Lui ha messo
Il caffè nella tazza
Lui ha messo
Il latte nel caffè
Lui ha messo
Lo zucchero nel caffellatte
Ha girato
Il cucchiaino
Ha bevuto il caffellatte
Ha posato la tazza
Senza parlarmi
S'è acceso
Una sigaretta
Ha fatto
Dei cerchi di fumo
Ha messo la cenere
Nel portacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
S'è alzato
S'è messo
Sulla testa il cappello
S'è messo
L'impermeabile
Perché pioveva
E se n'è andato
Sotto la pioggia
Senza parlare
Senza guardarmi,
E io mi son presa
La testa fra le mani
E ho pianto
Mi verrebbe voglia di chiudere qui, anche il blog, con un ultimo post. Come a voler mandare tutti a quel paese, come a voler dire basta, mi sono rotto...
Il fatto è che non sopporto che una persona da niente incontrata in strada per caso si senta in dovere di parlarmi e di dirmi cose su di me, sulla mia ex, sulla mia ex-storia che io nemmeno so. E' terribile quando qualcuno, che manco conosci, ti dice cose che riguardano strettamente la tua vita e che nemmeno tu sai. E non le sai perchè qualcun altro te le ha nascoste, perchè non te le ha mai dette. Ha taciuto e tu sei rimasto ignaro e allo scuro di tutto.
Non so se ora dentro di me c'è più rancore, rabbia, delusione, disillusione, non lo so. So solo che ancora una volta non me l'aspettavo, so che ancora una volta le persdone che mi prefiguro nella mia mente a volte non corrispondono alla realtà. Ed è ancora più dura quando pensavi che queste persone fossero davvero vicine alla tua sfera personale, quando ti illudevi che forse le conoscevi meglio di chiunque altro sulla faccia della terra.
Errrore imperdonabile.
http://vids.myspace.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&videoID=1577130779
Non lo faceva da tempo.
La pioggia si è fatta attendere a lungo, desiderata con bramosia ed ardore, come se il suo mancare fosse presagio di future catastrofi. Gli statistici già snocciolavano numeri, facevano riferimento ad anni lontani, quando l'ultima volta la stessa situazione si era verificata.
Ed ora che lei è qui e da quasi una settimana non va via c'è già chi ritira fuori i numeri, gli stessi statistici di prima, e chi fa riferimento ad anni lontani, diversi da quelli di prima, come un ricordo malinconico.
E noi siamo qui, spettatori inermi, seguiamo il tutto come si fa dal bordo di un campo da tennis, vediamo la palla rimbalzare da una parte all'altra del campo, muovendo solo la testa e aspettando solo di applaudire al prossimo punto, che poi è un raggio di sole o un'intera bella giornata.
Esco, tendo la mano, aspetto di sentirla bagnata, aspetto che anche il mio viso alzato verso il cielo si bagni, chiudo gli occhi e allargo le braccia. Le mani hanno i palmi rivolti verso l'alto.
Aspetto. Di essere completamente bagnato, zuppo. Aspetto per poter dire di essere stato uno con un evento della natura. Uno con ciò che mi circonda. Uno solo. Uno solo in attesa di essere due.