Tira fuori tutto. Urla, scatena il tuo fuoco, soffia via i tuoi lapilli, la tua cenere, conservata da anni e anni, secoli e secoli dentro di te. Fai sentire da lontano la tua voce, il tuo rombo. Fai vedere da lontano il tuo fumo, le tue fiamme. Fai tremare quello che hai intorno a te, schizza via alta, l’acqua che è intorno a te e che dalla terra ti tiene lontano. Sprigiona la tua forza e ancora e ancora. Ribellati da ciò che da anni ti tiene legato, confinato.

Erano in tre...
Solo una canzone che sto ascoltando in questo periodo, grande voce, atmosfera etera ed un testo che dice parecchio, porca ....!!!!
What could I say
To touch beneath your clothes
When I say "I need you here"
You'd say "how could I not know"
Why am I so tired
Exhausted in my love
Water in my eyes
Why am I not enough
I told you everything I knew
I tore my pockets out and gave them all to you
You hold my throat like a violin
I never want to kiss again
Cause there's nobody like you
Cause there's nobody like you
Now I'm so afraid
To push you from my mind
Like the fear of forgetting what
What light is like when you close your eyes
How can you stare
How can you sit
While I'm trying to tear you up
And I'm almost good at it
I told you everything I knew
I tore my pockets out and gave them all to you
You hold my throat like a violin
I never want to kiss again
Cause there's nobody like you
Cause there's nobody like you
www.myspace.com/trespasserswilliam
![]() |
Il dub non è mai stato così vivo. Si dice che abbia lo stesso ritmo del battito del cuore e con questo va rapidamente in sintonia. Le performance dal vivo normalmente te lo fanno avvertire ancor di più. I suoni ti entrano dentro, come onde e come sulle onde tu ti lasci trasportare. I Palkoscenico sono una giovane formazione cresciuta nell’hinterland a Nord di Napoli, dove, come in tutte le periferie, la musica spesso rappresenta l’unico modo reale e concreto per andare lontano. La loro proposta musicale si concentra in prevalenza su sonorità dub, senza disdegnare, nemmeno troppo da lontano, il dub o vibrazioni rock. La musica si muove su un tappeto sonoro fatto di un’ottima elettronica originale e discreta sulla quale si posa l’energia di batteria e basso e della voce sfrontata del cantante Raffaele – Lello – Tramma. La scaletta presentata al Jah Bless di Torre del Greco (NA), (attivissimo locale della provincia napoletana, che propone un intenso programma di musica indipendente non solo napoletana) trae prevalentemente spunto dall’album omonimo che i Palkoscenico hanno realizzato a metà del 2005. L’apertura è dedicata proprio ad una session di puro dub, pochi minuti esclusivamente strumentali che lasciano ben intendere quale sarà l’epilogo della serata. Subito dopo si parte con i pezzi dell’album, da “Penzieri” a “Sang’ amaro”, da “Tra noi” a “Sale che sale”. Pezzi, dub, come dicevamo, del migliore, che si prestano però a inflessioni più elettroniche oppure a sferzate di chitarra che le immergono subito in un mood più rock. Ad arricchire la serata alcune cover: la prima che rende la canzone ispiratrice assolutamente irriconoscibile ma che la rende trascinante e estremamente godibile è “E la barca tornò sola”, il pezzo riarrangiato e portato al successo anche da Renato Carosone. C’è spazio anche per una seconda cover, dedicata al mai troppo rimpianto Rino Gaetano (chi ci manca sei tu!!), antesignano della musica reggae e ska in italia, antesignano della “canzone ironica che fa riflettere”. In tutti i testi dei Palko, la periferia rimane sullo sfondo, a differenza di altri gruppi in auge nell’hinterland napoletano, cosa che li rende ancor più originali, e trova spazio in prevalenza l’Amore e le sue mille sfaccettature, ma sono raffigurate anche situazioni del tutto ordinarie come in “Lentamente”, un vero inno al rito quotidiano dell’assaporare un buon caffè, lentamente appunto. Aroma e melodia che rimandano in modo del tutto originale alla cultura musicale, alla way of life e alla filosofia napoletana.
I PalKoscenico sono: Raffele Tramma voce e chitarre, Antonio Tramma programs and backing vocals, Sossio Ranucci bass, Marcone Santana drums.
www.myspace.com/palkoscenico
www.losingtoday.com/it/features.php?review_id=932
Nel giorno dell’annuncio del Reunion World Tour (http://www.thepolicetour.com) che li vedrà in giro insieme dopo quasi vent’anni, dedico questo post a loro, che hanno accompagnato a lungo e continuano a farlo la mia esistenza su questa terra.
In attesa di vederli da qualche parte (con Amiano stiamo già la, anzi, grazie anche a te che ne sei un cultore), posto il testo di una canzone visionaria e anticipatrice che, forse meglio di ogni altra cosa detta e non, esprime la reale essenza della rete, delle chat, dei blog, di my space e di tutto quel che serve per urlare con forza e far arrivare meglio a destinazione l’S.O.S. di ciascuno di noi.
Leggete con attenzione:
Just a castaway, an island lost at sea, oh
Another lonely day, with no one here but me, oh
More loneliness than any man could bear
Rescue me before I fall into despair, oh
I'lI send an s.o.s. to the world
I'lI send an s.o.s. to the world
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah
A year has passed since I wrote my note
But I should have known this right from the start
Only hope can keep me together
Love can mend your life but
Love can break your heart
I'lI send an s.o.s. to the world
I'lI send an s.o.s. to the world
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
Message in a bottle, yeah
Walked out this morning, dont believe what I saw
Hundred billion bottles washed up on the shore
Seems Im not alone at being alone
Hundred billion castaways, looking for a home
I'll send an s.o.s. to the world
I'll send an s.o.s. to the world
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah
Sending out at an s.o.s.
L'esibizione ai Grammy Awards:
http://dailymotion.alice.it/video/x176p8_grammy-2007-i-police?pmk=mus_cross
Non rinnego. Non rinnego perché ho vissuto, perché ho provato emozioni. Non rinnego perché ho dato e ho ricevuto. Non rinnego perché sapevo quel che volevo, e ciò che tu non volevi. Non rinnego perché è così che doveva andare, perché quello era ciò che entrambi immaginavamo, forse. E ciò che entrambi sapevamo già, forse. E non rinnego perché guardando indietro, guardando ad un sabato passato troppo in fretta, scopro e capisco meglio ciò che è stato.
Ti rispetto. La tua determinazione, la tua lucidità di pensiero, la tua voglia di chiarimento interiore. Il tuo sofisticato rigore. Fanno parte di te, della tua persona, del tuo modo di ragionare. Fanno parte del tuo modo di vedere il mondo, di guardare in faccia la realtà, negli occhi, sfrontata, senza averne timore. Fanno parte di ciò che ti porti dentro, esperienze vissute, sulla tua pelle.
La tua freddezza. La tua freddezza che parte da un calore enorme, sconfinato, dentro di te. Quella freddezza che hai visto in me, diversa ed uguale, campanello d’allarme di una fine troppo vicina, di un’incompatibilità inespressa, o forse solo un’altra faccia della paura, un’altra faccia di un cuore parcheggiato altrove, di un animo già regalato, inaccettato, ed oramai vuoto e troppo povero ed insignificante per poter essere dato, regalato ancora. Contrappeso di una mongolfiera che non riesce a volare e che forse non volerà mai più.
Guardo l’acqua che scorre via dalle mie mani giunte. Osservo con pazienza quel che rimane di questa storia che lenta scorre via. Con attenzione e silenzio. Con la voglia di capire e di conoscere. Per conoscersi. Ripenso al tuo volto che è qui e che qui rimane. Come una cicatrice che si porta addosso, come spesso succede nella vita. Cicatrice che al momento è stata dolore e che domani sarà il segno di un ricordo, via via più lontano, che farà fatica a svanire, perché lei è lì che te lo ricorda, quando la guarderai, piccola e profonda cicatrice.
Dolore se t’ho ferita, se davvero non era quel che volevi, se davvero pensi che io, meteora distratta, debba ora temere il giudizio severo della mia coscienza. E di quello della tua. Se davvero pensi che il mio volto, o quel che ne rimane, debba essere cancellato per sempre, così come si fa con gli errori su un foglio quadrettato di matematica. Forse non c’è stato il tempo di conoscermi, troppo poco tempo per dirti che con quella coscienza faccio i conti da quando sono nato e che lei più di ogni altra cosa è maestra e stella cometa, giudice ed amica. Non c’è stato il tempo, forse, per dirti di prendere il meglio da tutto questo, solo il meglio, se un po’ ce n’è stato. Quel meglio che è la vita stessa, che dopo un po’ che osservi scorrere lenta e annoiata, sterza e corre via, veloce, troppo in fretta, senza darti la possibilità di riflettere un attimo in più o fermarti a guardare quel panorama lontano. Quella vita che è già racconto e sceneggiatura, che ogni tanto ci fa leggere quel che viviamo come un’altra pagina che segue le altre e, come le altre, è solo in attesa di essere girata.
Dentro di noi abbiamo un'Ombra: un tipo molto cattivo, molto povero, che dobbiamo accettare. (Carl Gustav Jung)
Alla resa dei conti il fattore decisivo è sempre la coscienza, che è capace di intendere le manifestazioni inconsce e di prendere posizione di fronte ad esse. (Carl Gustav Jung)
Siamo quelli che un giorno spaccheremmo il mondo e la mattina dopo non abbiamo voglia nemmeno di alzarci dal letto.
...
Siamo quelli che prendono un treno e vanno affanculo e lasciano tutto com’è. O che partono e vanno lontano solo per sentire poi la voglia di tornare. Che sperano che senza di loro almeno qualcosa sia cambiato.
...
Siamo quelli che l’amore è un casino, il lavoro è un casino, la vita è un casino e anche in famiglia non è che va proprio tutto così bene.
Siamo quelli che l’amore è una cosa seria e una scopata è solo una scopata.
Siamo quelli che sanno distinguere. E sanno scegliere.
Siamo quelli che i sentimenti hanno nomi ben precisi.
Siamo quelli che i luoghi comuni ci stanno stretti, anzi strettissimi.
...
Siamo quelli che “il tempo che guarisce tutte le ferite” è una stronzata a cui, diciamoci la verità, non credete neppure voi.
Siamo quelli che “io te l’avevo detto” ci fa solo girare i coglioni.
...
Siamo quelli che da grandi non sappiamo cosa faremo. Ma sappiamo cosa non faremo.
...
Siamo quelli che se una notte il cielo nero è strapieno di stelle, gli occhi li alziamo.
...
Siamo quelli preoccupati, che la preoccupazione non si vede; siamo quelli che non si vede neanche l’ansia, e neanche la paura, la tristezza, la rabbia. Siamo quelli che se si vede un sorriso non è detto che sia tutto uno spasso e che se tutto va a puttane non è detto che più tardi non troviamo il modo di tirarcene fuori.
...
Siamo quelli che più di un dubbio ci tiene in bilico e più di un dubbio ci garantisce che sbagliare è naturale. E allora siamo quelli che se sbagliamo è naturale.
...
Siamo quelli che con la musica sparata dritta nelle orecchie si può andare dappertutto.
...
Siamo quelli che si perdono ogni sera in fondo a un bicchiere, e quelli che ogni sera restano a galla. Purtroppo o per fortuna.
...
Siamo quelli che ancora si permettono di sognare e di sperare.
...
Siamo quelli che aspettano.
...
Siamo quelli che cerchiamo la rissa. Che chiediamo la pace.
...
Siamo quelli che se non perdoniamo non è per vendetta né per orgoglio, ma perché dentro stiamo male da cani e allora no, noi non vi perdoniamo ancora.
...
Siamo quelli che, almeno una volta, in questa vita di cazzo, ci sarà un po’ di fortuna pure per noi, ci sarà qualcosa che “viene facile” e che non costa sempre tutta ’sta fatica.
Siamo quelli che scendono in strada e si infilano in certi cortei.
Siamo quelli che i migliori amici ce li hanno.
...
Siamo quelli che se continuate a chiederci cos’è il disagio giovanile, continuiamo a guardarvi con una faccia un po’ così, magari ci scappa pure da ridere… ma se avete un po’ di tempo per fermarvi a parlare, allora forse…