Troppo veloce per essere catturato dentro di te.
E dentro di me.
|
12 |
mesi |
|
52 |
settimane |
|
365 |
giorni |
|
8.760 |
ore |
|
525.600 |
minuti |
|
31.536.000 |
secondi |
Ho ancora nelle orecchie quella porta che si chiude dietro alle mie spalle. Un rumore forte come uno schiaffo che colpisce tra la guancia e l’orecchio. Lascia il segno. Ripenso alla scena, rivedo quella porta dietro di me con la coda dell’occhio, risento, forte, lo schiaffo. Mille e mille l’ho rivissuta e mille e mille schiaffi su una guancia martoriata. Quella porta, come un cuore che non ti vuole più, si è chiusa per sempre, lasciandosi dietro te, regina saracena, con le tue frasi fatte, costruite su sogni infranti ancor prima di nascere, con le tue bugie mai pronunciate.
Non provo rancore, ma ogni volta stupore. Provo a rivivere la nostra storia dall’inizio, istante dopo istante, minuto dopo minuto, dall’inizio alla fine, fino all’ennesima porta che sbatte, fino all’ennesimo schiaffo. Provo ad assumere uno sguardo ‘altro’, un altro punto di vista su di noi, per guardarci insieme dall’esterno, per osservare i tuoi modi falsi gentili e le mie sopite preoccupazioni.
Il fatto è che forse non ci siamo mai conosciuti fino in fondo e forse quella porta, come il tuo cuore, non è stata mai davvero aperta ma solo socchiusa, in attesa che la prima folata di vento la spalanchi del tutto o la chiuda definitivamente. Vento da nord, freddo e denso, che penetra da dentro come un male, atteso a metà Dicembre, mai come quell’anno puntuale. Porta domande senza risposte, risposte inattese che feriscono, che lacerano, fanno sudare, fanno fare altre domande, e altre ancora. E poi il nulla, vuoi stare solo con te stesso, provi a capire e a fare a te, stavolta, delle domande. Provi a trovare le risposte come si fa con gli spiccioli in fondo alle tasche, come le chiavi ‘le avevo messe qui e ora non le trovo più’. Risposte che in realtà erano già palesi da tempo, invisibili solo ai ciechi, invisibili solo a chi ha l’animo ed il cuore troppo impegnati ad amare.
Un anno cambia. Cambiano le prospettive. Una strada tracciata, immaginata come lunga e luminosa, un percorso tanto ideale quanto fragile, ora è solo un deserto arido e polveroso in cui faccio una terribile fatica a recuperare l’orientamento. Un anno mi ha lasciato solo e mi ha fatto riappropriare di me stesso, della mia compagnia, della mia voglia di conoscermi, della mia fortuna di comprendermi. Delle mie amicizie.
“Cosa ho, cosa mi rimane?” mi sono chiesto.
“Una vita da vivere.” una voce dentro di me mi ha riposto.
L’Aquila non è un posto.
Non è una città, la città più fredda d’Italia, non è gente, strade, macchine e palazzi. L’Aquila non è a 500 km di distanza, non è a 5 ore di macchina, code escluse.
L’Aquila è una sensazione, uno stato d’animo. Si impossessa del tuo cuore, ne affonda dentro le radici e non lo lascia più.
L’Aquila è ritrovarsi, stare insieme, parlarsi, sorridere, ballare, urlare.
L'Aquila è occhi lucidi, è ricordare di un passato che non è ancora veramente passato.
L’Aquila è un brindisi, alla vita che verrà e alla prossima l’Aquila che ci vedrà ancora tutti insieme.
L’Aquila è il futuro che leggi negli occhi e nel sorriso di una bimba, splendida, occhi curiosi come quelli degli altri bambini che verranno.
L’Aquila vuol dire grazie a tutti per esserci stati, ancora una volta, grazie perché io so che ci sarete.
"Aiutano a vivere meglio?" chiede Marzullo cercando di fare l'imitazione della splendida caricatura di Crozza.
"Non sempre", risponderei io.
"Ma anche no", risponderebbe Marco.
A volte ti tormentano e non ti fanno dormire. A volte ti prefigurano eventi che non crederesti possibili. A volte ti raccontano di cose che non hai il coraggio, da vigile, da sveglio, di raccontarti ma che, nei fatti, sono più reali di qualsiasi sogno.
«Lei è all'orizzonte» dice Fernando Birri. «Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini non la raggiungerò mai.
A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare.»
Da "Las palabras andantes", di Eduardo Galeano, Finestra sull'Utopia