Roots Blues.

“Parma Italy”, c’era scritto sul cartellone che faceva da sfondo al palco scenico. Come a sottolineare che anche se ti guardi bene intorno, alla gente che canta e balla, al cast internazionale che si alterna sul palco, alla musica che ascolti, al fiume che c’è al di là dell’argine, non siamo in Oklaoma o in Missouri. “Parma, Italy”. Come un pizzicotto sulla guancia per farti svegliare da queste emozioni da profondi Stati Uniti che stai vivendo e ricordarti che stasera il profondo Sud è nella bassa padana. La musica può tutto, anche farti sentire, farti vivere, anche solo per qualche ora, in posti che non conosci. Ti prende per mano e ti cala in realtà nuove. Stai lì a guardare le facce, ad ascoltare le parole di uomini consumati che si alternano sul palco e ne percepisci la loro storia, ne comprendi, tuffandoti, la loro cultura.
Il Blues è una musica da viaggio.
Pochi accordi, poveri, su un tappeto di basso. Sopra ci scorrono parole crude da voci roche di sigarette, chitarre sghembe, elettriche, spinose. Sa essere discreta, non cattura l’attenzione, si presta a fare da sottofondo ai pensieri, ai panorami ampi, alle giornate di pioggia intensa, ad un torpore che ti porti dentro, fermo sulla bocca dello stomaco. Fermo.
Il Blues è una musica fluviale, scorre sempre con la stessa andatura, un po’ sorniona, da giornata di ozio, da giornata di ‘non ho voglia’, da pomeriggio di caldo e afa che ti toglie la forza di alzarti da questa maledetta sedia. E questo magone che non va via.
Il blues scorre come un treno, da solo a volte, senza l’aiuto delle parole. Come quando il pilota molla l’acceleratore e non schiaccia nemmeno il freno e le vetture vanno così, per inezia. E potrebbe andare per ore, stessa andatura, per ore. Basso e batteria in sottofondo, come le rotaie per una logora seconda classe. Monocorde non monotono. A volte accelera, è una discesa, è una curva, è uno squarcio di orizzonte, uno spiraglio di luce in mezzo alle nuvole, nere di pioggia. Un assolo di chitarra, un acuto di una voce in falsetto.
Il blues è la tristezza che si porta dentro, cupa come il suono del basso che di questa musica ne è il principe.
Il blues è nelle radici, racconta di sentimenti ‘primitivi’, racconta di sogni di libertà, di amori perduti, di vite vissute lontano dalle radici. E questo, soprattutto questo, genera, a volte, un senso di malinconia, monocorde, mai monotono.
Malinconia. Blues, appunto.
E’ una storia di fantasmi, è una storia di mostri fuori dal tempo, senza la reale cognizione della realtà, venuti da lontano e incontrati quasi per caso su quest’isola in mezzo al Mediterraneo. Quei fantasmi siamo noi, quei fantasmi sono dentro in ciascuno di noi. Fuggiamo per andare non sappiamo dove, in attesa che qualcosa succeda e succederà per far cambiare il percorso della nostra esistenza, senza riuscire nemmeno ad avere voce in capitolo o cercare di cambiarne la direzione. Non a caso l’ambientazione è quella di Stromboli. Sotto il vulcano, sai che c’è ma ti abitui alla sua presenza e speri che sia distratto e riposi a lungo, fino a quando non decide di svegliarsi, all’improvviso e senza preavviso e allora cambia qualcosa. Come quando tuo figlio ti dice che ha una malattia, come quando una donna, madre, sorella e amante, decide di farla finita, come quando qualcuno cerca di riscattare il proprio passato, fatto di droga e disperazione, di conflitti e scopre che non ce la fa e che non ce la farà mai. E’ come quando il Vulcano erutta e fa piombare sulla tua casa, lava e roccia e cambia, in mare, il percorso delle onde.
Chi si aspetta un libro lanzettiano, sarà deluso, ma forse questo è il libro lanzettiano per eccellenza: ci sono le sue anime in pena alla ricerca di se stessi, ci sono luoghi magici dove le persone sono realmente al centro di tutto, e Don Alfonso colui che è un po’ calamita e un po’ spettatore all’interno della storia a volte assomiglia proprio all’alter ego di Lanzetta. Il linguaggio è mutato, meno crudo, meno rude di quello dei libri precedenti (Peppe, hai scritto “buffo”?), adattato alla situazione, un po’ più dolce, quasi ad equilibrare il disequilibrio che emerge dalla storia, dalla vita di ciascuno che la percorre.
Un po’ Ozpetek, i suoi colori, i suoi personaggi, le relazioni tra di essi, tutti un po’ amibigui, tutti un po’ misteriosi, dal passato incerto e nebuloso, ognuno che si porta dentro qualcosa da celare.
Questo libro è già un film, è già sceneggiatura, scenografia e colonna sonora.
“Prima o poi partiremo” rispose Omar.
“Per dove?”
“Non lo so, Roma, Napoli, Barcellona.”
Giugno Picasso, Peppe Lanzetta, Feltrinelli 2006.
Gli inizi degli anni Novanta hanno rappresentato un momento importante per Napoli, di grande rinascita sopratutto culturale. In quegli anni hanno avuto genesi importanti associazioni culturali e numerosi gruppi musicali. Erano gli anni immediatamente successivi al G7 che per la prima volta era stato ospitato a Napoli ed erano gli anni delle grandi trasformazioni, di facciata, volute dall’allora sindaco Bassolino. Il senso di inquietudine giovanile aveva portato alla nascita di diversi gruppi musicali, che hanno segnato la storia della moderna scena musicale della Città e del Sud. Non è per nostalgia, ma per consacrare quel periodo e quei gruppi, che si è dato vita ad un tour in cui sullo stesso palco si alternano per circa 4 ore filate di musica Almamegretta, 24 Grana e O’ Zulù, frontman e fondatore dei 99 Posse. La serata di Bologna, in un gremitissimo TPO, è partita con gli Almamegretta i primi in quegli anni a scoprire suoni nuovi, mescolati con influenze arabe e reggae su un tappeto di elettronica dub. E’ un segnale il fatto che i primi quattro pezzi non siano stati attinti dall’ultimo album ma dai precedenti. Luca e Zaira, le due voci dell’anima migrante, si succedono sul palco dividendosi le canzoni, ma quando cantano insieme integrano alla perfezione la rabbia e la foga urlata di lui con la melodia e l’eleganza vocale di lei. ‘Sulo cu tte’ cantata in tre con special guest Francesco di Bella, ha il sapore del collettivo, di quel gruppo aperto che da sempre identifica gli Alma, che è più sinonimo di progetto musicale che di gruppo formato da componenti fissi. Poi ancora una toccante e coinvolgente ‘Verao’ e sul finire una magica ‘Nun te scurdà’, messaggio forte e denso, un invito a non essere disposti a rinunciare a se stessi, ad anteporre i propri sentimenti e le proprie aspirazioni a quelli degli altri. I 24 Grana salgono sul palco per secondi e avvolgono il pubblico con i loro toni cupi ed elettrici. La loro musica viaggia tra inflessioni rock e reggae e spesso si ferma nei pressi del pop, come molte canzoni dell’ultimo album che si intitola, appunto, ‘Underpop’. Si canta e si balla, ci si lascia andare sull’onda di questa musica che parla di anime inquiete, di solitudine carceraria e di una società che tende a spingere ai suoi confini, ‘on the edge’, le persone più deboli. Bellissime ‘La costanza’, ‘Nel Metaverso’ e ‘Stai mai cca’ che chiude, come sempre la loro intensa performance. O’ Zulù chiude questo trittico storico. Sciolti i 99 Posse la sua avventura musicale è proseguita da solista prima con una nuova formazione Al Mukawama, con l’altro fondatore dei Posse Papa j, e poi con una nuovo gruppo ed un lungo tour italiano. Le canzoni che lo hanno accompagnato in questi anni, e che l’hanno fatto conoscere ai giovani di tutta Italia cambiano pelle, i testi sono rimescolati e assemblati in nuovi pezzi, forse più musicati e più ‘cantati’. Il nervo è come sempre lo stesso, quello della protesta, della difesa dei diritti dei deboli, dai bambini palestinesi, ai contadini messicani, passando ovviamente per Scampia, quartiere napoletano ai margini della città, ghettizzato dalle amministrazioni e ora controllato dalla malavita. Una bella serata, consacrazione di un momento storico attivo e fervido, ma che non è finito, come si vuole troppo superficialmente far credere. Sulla scena napoletana infatti continuano ad affacciarsi gruppi nuovi (A’67, Moodhula, La Famiglia, Mamasan, solo per citarne alcuni), e quelli storici, quelli che questa sera si sono esibiti, hanno tutti tanti progetti in cantiere, ancora tutti, con la costante voglia di contaminazione e di dare voce, nelle loro canzoni, agli ultimi.
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